Un sistema di “metaleggi” regolerà le relazioni con gli alieni

Klaatu barada nikto. Bastavano queste tre parole per far desistere un gigantesco e minaccioso robottone dai suoi propositi di vendetta nei confronti del genere umano. Era il 1951 e il film si chiamava “Ultimatum alla Terra”, ne abbiamo usato alcuni fotogrammi per illustrare l’articolo che segue. Di sicuro ben altro ci vorrà nel caso di un vero “primo contatto” con una specie aliena, un’evenienza dalla quale i fautori del volo interstellare non possono prescindere. Ecco allora Paul Gilster fare il suo ingresso nel dibattito sulla Prima Direttiva con questo stimolante post sulla necessità di creare un sistema di metaleggi che ci aiuti a gestire, se e quando ce ne sarà bisogno, le relazioni con civiltà aliene. 

Il contributo dell’Italia all’impresa interstellare è stato sostanziale e crescente, e sono molto lieto di conoscere tre dei suoi principali rappresentanti: Claudio Maccone, Giancarlo Genta, e Giovanni Vulpetti. E’ stato quindi con grande piacere che ho accolto l’offerta di Roberto Flaibani di apparire qui, sulle pagine del Tredicesimo Cavaliere, con un articolo sulla Prima Direttiva di “Star Trek”. Roberto sta lavorando instancabilmente per comunicare il futuro dell’Uomo tra le stelle a un pubblico più vasto, e confido di leggere altri dei suoi stimolanti interventi anche il prossimo anno. Di seguito le mie riflessioni sulla Prima Direttiva. (nella foto, l’autore Paul Gilster)

La Prima Direttiva incarna un principio etico imperfetto ma utile che non dovrebbe essere abbandonato, seppure con una profonda revisione testuale. Per capire perché è necessario ripensare alcuni aspetti della Prima Direttiva, consideriamo il contesto in cui essa opera. Essendo figlia di “Star Trek”, dobbiamo immaginare un universo molto simile a quello, per chiarire le restrizioni del regolamento. Partiamo quindi dall’idea che il genere umano sia una civiltà in grado di viaggiare nello spazio, non solo su scala interplanetaria ma anche interstellare. Questo significa che, in qualche modo, abbiamo trovato il sistema per raggiungere le stelle con viaggi di breve durata (a velocità  maggiore di quella luce, nde) e che si è costituita un’organizzazione nel cui ambito questa esplorazione continua, un equivalente della Federazione che è dietro alla Direttiva.

Ma perché è nata questa Prima Direttiva? Qui è importante ricordare che, nell’universo di “Star Trek”, la direttiva è in realtà un regolamento che vale solo per la Flotta Stellare. Effettivamente nella serie televisiva vediamo che, se un cittadino della Federazione decide di sua spontanea volontà di intromettersi nelle questioni di un’altra civiltà, la Flotta Stellare non ha nessun potere di impedirglielo. Il regolamento certamente era stato invocato perché l’avanguardia dell’espansione umana sarebbe stata la forza di esplorazione rappresentata dalla Flotta Stellare stessa. Quello che succede dopo che una determinata regione dello spazio viene mappata ed esplorata per la prima volta, dipende dall’azione individuale, ma le persone che hanno più probabilità di essere coinvolte nel primo contatto con una cultura aliena sono quelle che agiscono nel rispetto delle regole della Federazione.

Tutto questo sembra un’estrapolazione logica ed è un tributo all’universo di “Star Trek”, che malgrado il grande numero di episodi televisivi in varie configurazioni e di film che usano praticamente gli stessi personaggi, ha mantenuto una trama relativamente coerente. Se mai dovessimo sviluppare un modo per inviare equipaggi umani su altri mondi, dovremmo porci il problema di come interagire con le specie intelligenti che potremmo trovare nel corso del viaggio. E, verosimilmente, prenderemmo in considerazione un principio del tipo “il diritto di ogni specie senziente di vivere secondo la propria normale evoluzione culturale,” una frase estratta dal testo della Prima Direttiva. Quello che abbiamo davanti è lo sviluppo di una ”metalegge”, un termine inventato dall’avvocato Andrew Haley nel 1956 per indicare un sistema di leggi che si applica, oltre che agli esseri umani, anche a tutti i rapporti tra specie intelligenti.

Perché non stabilire semplicemente di trattare le culture aliene in base alla regola d’oro, ossia trattiamo gli alieni come vorremmo essere trattati da loro? Haley ha spiegato i problemi sollevati da questo approccio in un articolo intitolato “Space Law and Metalaw – A Synoptic View,” in cui riconosce che gli alieni sono diversi da noi in maniere che non possiamo nemmeno immaginare. Trattarli come vorremmo che loro ci trattassero potrebbe quindi danneggiarli o addirittura distruggerli. Haley ha così riformulato la regola d’oro: “fai agli altri quello che loro ti lascerebbero fare a se stessi.” Robert Freitas, che ha scritto con ponderatezza sul tema della metalegge, osserva che neppure questa nuova regola aurea è priva di problemi: “…in pratica, sarebbe difficile da applicare quanto i concetti di non interferenza e sicurezza fisica. Se vogliamo appurare quali sono i desideri dei rappresentanti dell’altra parte, dobbiamo interagire con loro in qualche modo, e questo potrebbe provocare un danno socio-culturale. Non abbiamo ancora risolto il problema di come sviluppare regole metalegali non conflittuali ed efficaci.”

Oggi ci troviamo allo stadio iniziale dello sviluppo di questa “metalegge”, ma l’intensificarsi delle attività interstellari umane alla fine ci costringerà a sviluppare ulteriormente il concetto. L’ingegnere aerospaziale del Politecnico di Torino Giancarlo Genta ha affrontato questi argomenti nel suo libro Lonely Minds in the Universe (Copernicus, 2007), che ruota intorno alla seguente domanda: nel mondo di oggi, un essere alieno potrebbe essere considerato una “persona”? Se ci trovassimo improvvisamente di fronte a una creatura proveniente da un altro mondo si creerebbe un interessante problema legale. Potremmo forse pensare di estendere gli stessi diritti a tutti gli umani indipendentemente dalla loro origine, ma un extraterrestre sceso da un’astronave appena atterrata sul nostro pianeta non sarebbe necessariamente riconosciuto come “persona” dalla legge. Potrebbe essere considerato un animale? E se così fosse, un animale alieno avrebbe dei diritti in base alla legge vigente?

Molto probabilmente la Prima Direttiva è nata da discussioni del genere, e si basa sull’estensione del concetto di personalità alle intelligenze aliene. Nel sopracitato articolo “Metalaw and Interstellar Relations” Robert Freitas vede due vie per stabilire l’esistenza di una “personalità”:

* L’uso di una moralità chiara; vale a dire l’abilità degli esseri in questione di  dare giudizi morali o etici, anche se non necessariamente coincidenti con i nostri.

* La presenza dell’autocoscienza, cioè della consapevolezza di essere separato dal proprio ambiente circostante.

La presenza della moralità o dell’autocoscienza è vista come la chiave della personalità. E queste non sono pedanterie giuridiche, come potrebbero sembrare: il tema è importante perché la legge umana ruota proprio intorno al concetto di persona. La metalegge, in altre parole, ci porta invariabilmente alla riflessione che è alla base della Prima Direttiva, che possiamo ora citare in forma più estesa:

“Poiché il diritto di ogni specie senziente di vivere secondo la propria normale evoluzione culturale è considerato inviolabile, nessun membro della Flotta Stellare può interferire con il normale e sano svolgimento della vita e della cultura delle specie aliene. Per interferenza si intende anche l’introduzione di un sapere, di una forza o di una tecnologia superiori in un mondo la cui società non è in grado di gestire giudiziosamente questo tipo di benefici. I membri della Flotta Stellare non possono violare questa Prima Direttiva, neanche per salvare la propria vita e/o la propria nave, a meno che non agiscano per porre riparo a una precedente violazione o a un’accidentale contaminazione di detta cultura. Questa direttiva ha la precedenza su qualsiasi altra considerazione, e comporta un altissimo obbligo morale.”

A questo punto ci troviamo in imbarazzo, perché la Prima Direttiva va interpretata, così come qualsiasi sistema di leggi o regolamenti deve essere compreso e messo in pratica dai soggetti interessati. Se esaminiamo il testo da vicino, non possiamo che concludere che l’unico contatto possibile tra due civiltà aliene si verifica quando le due civiltà sono esattamente allo stesso punto di sviluppo o, per dirla con Giancarlo Genta, allo stesso livello culturale. Nella Prima Direttiva si presume che ogni specie abbia il diritto di seguire un’evoluzione culturale “normale”, nella quale nessuno può interferire introducendovi un sapere o una tecnologia superiori.

Una civiltà meno progredita della nostra a livello tecnologico, quindi, sarebbe per noi impossibile da contattare direttamente. E una civiltà più progredita di noi, se fosse anch’essa retta dai principi di una Prima Direttiva analoga, non sarebbe in grado di entrare in contatto con noi. Se la Prima Direttiva fosse un principio universale, nessuna specie potrebbe entrare in contatto con un’altra a  meno che non ne trovasse una così simile a se stessa che il contatto verrebbe considerato privo di rischi. L’età delle stelle che ci circondano nella Via Lattea varia così tanto che sembra altamente improbabile riuscire a trovare una specie tanto simile a noi, e quindi tutti gli studi sulla cultura aliena dovrebbero essere portati avanti nella massima segretezza, per evitare di contaminare la civiltà aliena interessata.

Sembrerebbe, per molti versi, un risultato poco sensato, ma non è finita qui. Che cosa intendiamo per “stesso livello culturale”? La cultura è anche ciò che vediamo intorno a noi quotidianamente negli strumenti di uso comune e nelle tecnologie che utilizziamo. Ma l’idea stessa di cultura aliena presuppone uno sviluppo diverso dal nostro. Non possiamo dare per scontato che una cultura apparentemente simile alla nostra dei tempi dell’antica Grecia debba necessariamente vivere un periodo simile di espansione imperialistica sul suo pianeta, una graduale scoperta di altre culture al di là degli oceani, una fase in cui il sapere si è perduto e, infine, un rinascimento. Né possiamo partire dal presupposto che gli esseri che vivono all’interno di questa cultura siano guidati dai nostri stessi principi, o che sviluppino tecnologie paragonabili alle nostre.

Si noti un altro difetto della summenzionata affermazione della Prima Direttiva. Vi si dice che l’interferenza consiste nell’introdurre un sapere, una forza o una tecnologia superiori in un mondo “la cui società non è in grado di gestire giudiziosamente questo tipo di benefici.” L’affermazione implica che, se la società è ritenuta capace di gestire questi benefici con giudizio, le restrizioni della Prima Direttiva non valgono. Ma a chi spetta valutare quanto è giudiziosa una civiltà aliena, e che grado di accuratezza può avere una tale valutazione considerati i tempi stretti di un possibile primo contatto? E che cosa intende la Prima Direttiva quando invita a non interferire con “il normale e sano sviluppo di un’altra cultura”? Capire che cosa è normale e sano per una civiltà aliena potrebbe rivelarsi impossibile, e comunque non ci si riuscirebbe senza uno studio approfondito. No, la Prima Direttiva ci vincola troppo e limita eccessivamente i contatti.

Che fare allora? Serve una revisione della Prima Direttiva, basata su una metalegge in fieri, che riconosca ogni incontro con una civiltà extraterrestre come diverso da tutti gli altri. Genta cita le undici regole di metalegge redatte dall’avvocato austriaco Ernst Fasan, ispirate al precedente  lavoro di Andrew Haley. Queste sono tratte dal libro di Fasan “Relations with Alien Intelligences: The Scientific Basis of Metalaw” (1970) e contiene l’embrione di una futura Prima Direttiva che si dimostri più flessibile:

1. Nessuna delle parti della metalegge può pretendere l’impossibile.
2. Nessuna delle regole della metalegge deve essere applicata se la sua applicazione può provocare il suicidio della razza interessata.
3. Tutte le razze intelligenti dell’Universo hanno, in linea di principio, diritti e valori.
4. Ogni specie soggetta alla metalegge ha il diritto all’autodeterminazione.
5. Tutti gli atti che possono danneggiare un’altra razza devono essere evitati.
6. Ogni razza ha il diritto di avere il proprio spazio vitale.
7. Ogni razza ha il diritto di difendersi da tutti gli eventuali atti nocivi compiuti da un’altra razza.
8. Il principio della preservazione di una razza è prioritario rispetto allo sviluppo di un’altra razza.
9. In caso di danni, chi li ha provocati deve ristabilire l’integrità della parte danneggiata.
10. Gli accordi e i trattati metalegali sono vincolanti.
11. Aiutare un’altra razza con la propria attività non è un principio legale ma di etica di base.

Ecco alcuni principi guida che non escludono il contatto tra civiltà che hanno un diverso livello di sviluppo e complessità. Anzi, le idee di Fasan costituiscono una struttura che il futuro comandante di una missione interstellare potrebbe consultare per prendere decisioni sul livello di contatto appropriato per quella situazione. Fasan non ha potuto rispondere a tutte le nostre domande; in particolare ci lascia di fronte a un dubbio lacerante: i concetti etici qui racchiusi potrebbero essere profondamente antropocentrici, e certamente non abbiamo modo di sapere se altre razze intelligenti li approverebbero e li rispetterebbero. Ma quel poco lavoro sulla metalegge realizzato finora evidenzia la necessità di una Prima Direttiva potenziata, e più accuratamente congegnata, che non intrappoli un gruppo di esploratori lontani da casa in una serie di cavilli legali che rischiano di compromettere un positivo primo contatto. Ecco arrivato il momento di citare direttamente Genta:

“Tali regole sono senza dubbio un buon punto di partenza sul quale costruire le leggi e l’etica o i rapporti tra specie, ma sono state elaborate solo da una delle parti – e non potrebbe essere altrimenti, poiché non è nemmeno certo che l’altra parte esista. Per di più, se è vero che le altre specie con cui potremmo entrare in contatto sono molto più antiche di noi, è verosimile che abbiano già  affrontato questo problema e stabilito regole per i rapporti tra specie”.

La realtà è che quando ci espanderemo alle stelle più vicine e oltre, apprenderemo da questi primi contatti con altre civiltà – se davvero esistono – e modelleremo la nostra metalegge flessibilmente in base a ciascuno di questi incontri. La metalegge non può essere altro che un insieme di principi in costante evoluzione, e non deve cristallizzarsi in una Prima Direttiva incapace di trasformarsi nel tempo in funzione dell’aumento della nostra conoscenza. La Prima Direttiva ci offre una magnifica opportunità di considerare queste questioni. Ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta solo di un modello, e che quello che troveremo tra le stelle ci aiuterà a plasmare la sua direzione futura. E dovremo anche riflettere su queste questioni molto prima di quando effettivamente raggiungeremo le stelle. Come Robert Freitas ci ricorda, “Quando si scoprirà la vita extraterrestre il genere umano dovrà essere preparato, perché in tutta la nostra storia ci sarà soltanto un primo contatto”

traduzione di Beatrice Parisi

Bibliografia

Fasan, E, Relations with “Alien Intelligences: The Scientific Basis of Metalaw”, Berlin Verlag, Berlin, 1970. Si veda anche l’articolo “Discovery of ETI: Terrestrial and Extraterrestrial Legal Implications,” Acta Astronautica 21 (2) (1990), p. 131-135.

Freitas, R, “Metalaw and Interstellar Relations,” Mercury 6 (marzo-aprile 1977), pp. 15-17 (http://www.rfreitas.com/Astro/MetalawInterstellarRelations.htm).

Genta, G. “Lonely Minds in the Cosmos”. New York: Copernicus, 2007.

Haley, A “Space law and Metalaw – A Synoptic View,” Harvard Law Record 23 (8 novembre 1956).

Scritto da Paul Gilster appositamene per Il Tredicesimo Cavaliere, come contributo alla campagna referendaria sulla Prima Direttiva. Traduzione italiana di Beatrice Parisi e Roberto Flaibani. Questo articolo segna la nostra partecipazione al Carnevale della Fisica #26, e prosegue una fase di collaborazione con Paul Gilster, che ci auguriamo lunga e fruttuosa.

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