Anche i Klingoniani hanno un’anima

Durante il “100yss Symposium” di Orlando in Florida, in cui sono state poste le basi del nuovo movimento per il volo interstellare, hanno avuto luogo un gran numero di  interventi, una buona metà dei quali riguardava la propulsione. Di questi  abbiamo parlato in un articolo precedente, mentre su altri siamo in grado di dare notizie solo ora.  Uno di quelli che ha fatto più scalpore, sopratutto per il modo pittoresco in cui è stato proposto, è l’intervento dell’esoteologo tedesco dott. Christian Weidemann, intitolato: “Gesù è morto anche per i Klingoniani?”, che, in estrema sintesi, propone  un interrogativo teologico riguardo all’efficacia del sacrificio di Cristo nei confronti di razze senzienti di altri pianeti, nello specifico dei Klingoniani, divenuti attraverso la saga di Star Trek il simbolo di ogni possibile alieno. Qui di seguito, Sergio Valzania e Christian Weidemann sottopongono ai lettori le loro analisi. Le parole dell’astrofisico gesuita Guy Consolmagno chiudono il caso.(RF)

ANIMA KLINGONIANA di Sergio Valzania

Penso che la questione vada innanzi tutto formulata in modo corretto, ossia collegandola non solo al momento storico del sacrificio, evento privilegiato dalla tradizione ortodossa che vede nella Pasqua la maggior ricorrenza liturgica dell’anno,  ma anche alla nascita di Cristo e al mistero dell’incarnazione, secondo il sentimento cattolico che individua nel Natale la grande festa fondativa del mondo,  nella celebrazione della quale la memoria della creazione e quella della salvezza si congiungono. Proprio nella messa di Natale viene letto l’incipit del vangelo di san Giovanni, dove il Cristo è presentato con le parole:
Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.” (Gv 1,2-3)
Il brano evangelico sarebbe di per sé sufficiente a chiarire la questione. Il creato viene all’esistenza per mezzo del Cristo, senza la cui mediazione attiva non è stato fatto niente di ciò che esiste. Qualunque cosa faccia parte del creato è a Lui collegata e vive attraverso di Lui. Il testo non lascia dubbi di sorta.
Quanto all’evento dell’incarnazione storica avvenuta a Betlemme e congiunta in modo misterioso all’incarnazione precedente al tempo e alla storia, che ha prodotto la creazione, sono opportune alcune riflessioni, comunque rispettose della dimensione divina del sacrificio di Cristo. E’ necessario  ricordare che ci troviamo nell’ambito del mistero rivelato, ossia offerto come dono alla contemplazione dei credenti, per aiutarne la crescita spirituale. Il mistero infatti si contempla, non si scioglie, dato che la sua complessità è superiore alle possibilità dell’intelligenza umana. Non si tratta di un indovinello.
Le tre obbiezioni che sono state portate al fatto che Gesù Cristo abbia salvato anche i Klingoniani, per mantenere la forma pittoresca nella quale la questione è stata posta,  sono le seguenti:

  1. La Terra è solo un piccolo e insignificante pianeta ai margini di una sperduta galassia minore: perché mai il Cristo avrebbe dovuto nascere proprio qui?

  2. I Klingoniani non hanno avuto modo di incontrare Gesù, né di avere notizie della sua predicazione prima dell’incontro con gli uomini;

  3. I Klingoniani non sanno cos’è il peccato e quindi non possono essere riscattati da esso.

Le risposte a tali obbiezioni sono molto semplici e immediate.
Cristo ha deciso di nascere in una stalla, in un paesino di una provincia marginale dell’impero romano. La collocazione galattica è omogenea a quella scelta sulla Terra. Semmai la perifericità del nostro pianeta vale di conferma al fatto che Cristo vi sia nato. Se non lo avesse fatto qui sarebbe stato in un posto simile.
“Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore.” (Is 45,15)
La seconda obbiezione non è esclusiva dei Klingoniani. Molti uomini e molte donne sono nati e vissuti prima dell’avvento storico di Cristo e molti altri non hanno avuto notizia della predicazione evangelica anche se al momento della loro nascita essa era già avvenuta. Questo non significa che Cristo non abbia salvato anche loro. Egli è venuto per tutti gli uomini e le donne e gli esseri senzienti di tutti i tempi. Egli prima crea e poi salva l’universo, Klingoniani e alieni compresi. Il concetto di umanità coincide con quello di creazione. L’atto divino non conosce limiti né di spazio né di tempo. Altrimenti perderebbe il suo carattere di assoluto.
Riconosco che qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere.” (Qo 3,14)
L’ultima obbiezione, relativa al peccato, ha un sapore protestante. La riflessione di Lutero e Calvino, a seguito di quella agostiniana, ha approfondito questo genere di argomenti. Innanzi tutto va ricordato che è il senso etico e non l’intelligenza a rendere senzienti le creature. Un uomo e una donna sono esseri senzienti perché sanno distinguere il bene dal male; altrimenti sarebbero senzienti anche i computer. Tornando al tema della salvezza, bisogna ricordare che Gesù salva dalla morte, non dal peccato. Il dono che egli reca è la vita eterna, attraverso di Lui siamo liberati dalla morte, fisica e spirituale. Lui è la via, la verità è la vita che ci conducono e uniscono al Padre. Che ama e accoglie noi uomini e donne come i klingoniani e le klingoniane.
“Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14).

CONTRO IL GEOCENTRISMO TRADIZIONALISTA,  di Christian Weidemann

Prima di tutto permettetemi di chiarire un possibile malinteso. Io non sto affermando che gli autori convinti che un evento storico sulla Terra abbia salvato l’intero cosmo abitato siano per questo colpevoli di una sorta di arroganza antropocentrica o di “sciovinismo intergalattico” – anzi il contrario. Si consideri, per esempio, l’umile retorica con cui il teologo e sostenitore del geocentrismo soteriologico (la disciplina che pone la Terra al centro del progetto divino di salvezza cosmica) del XIX secolo Joseph Pohle conclude il suo libro sull’argomento:
“Dio è sceso sulla Terra, anche se, da un punto di vista cosmico, è uno dei più insignificanti e miseri corpi celesti. E’ in questo che risiede il vero carattere divino del suo atto salvifico: Dio non sceglie il grande e il potente, ma si prende cura del debole e del piccolo con sguardo amorevole. Non in un palazzo reale è nato il verbo incarnato, ma in una mangiatoia; non sullo splendido pianeta di un qualche bel sistema stellare binario Dio si è fatto uomo, ma su questo minuscolo granello di sabbia, la Terra.”
Il problema del geocentrismo soteriologico non è di natura morale ma riguarda i principi e il metodo della ricerca scientifica. Come il marchio tolemaico del geocentrismo, esso viola palesemente il Principio di Mediocrità (PM). Ecco una semplice applicazione di tale principio:
“Supponiamo che una donna si svegli in una stanza vuota e senza finestre in preda a un attacco di amnesia retrograda. Ha perso tutte le sue memorie personali, non ricorda nemmeno come si chiama la lingua che parla. Ma le sue conoscenze demogeografiche sono invece rimaste intatte. Per avere un qualche punto di partenza comincia quindi a chiedersi di che nazionalità potrebbe essere. E conclude che ha molte probabilità di essere cinese o indiana.”

Questa deduzione sembra perfettamente ragionevole, eppure qualcuno potrebbe obiettare: “Ma la signora non potrebbe essere del Liechtenstein?” Cerco che potrebbe, ma è piuttosto improbabile. Nella stessa linea, se Dio si è incarnato una sola volta, non dovremmo aspettarci senza una forte argomentazione di vivere sul “pianeta prescelto”. Si potrebbe obiettare, tuttavia, che l’influenza del (PM) che ci insegna a considerare media la nostra posizione, diminuisce all’aumentare delle informazioni che abbiamo sulla nostra effettiva condizione. Un osservatore dovrebbe ragionare come se fosse un  campione preso a caso tra tutti gli osservatori intelligenti che compongono la sua classe di riferimento, a meno che non abbia una prova inattaccabile del contrario. Se un giocatore del superenalotto non riesce a seguire l’estrazione dei numeri vincenti dovrebbe, fino a prova contraria, supporre che la propria posizione tra tutti quelli che come lui hanno giocato, è media, cioè che non ha vinto. Ma leggendo sul giornale che la sua combinazione è stata estratta, o telefonando agli organizzatori della lotteria o, finalmente controllando il suo conto in banca, potrebbe scoprire che, invece, la sua posizione è piuttosto particolare.

Allo stesso modo, esiste forse una prova che la Terra svolga un ruolo speciale nel progetto divino per la salvezza cosmica, cioè che Dio (o la seconda persona della Trinità) abbia scelto il nostro pianeta tra miliardi di candidati come palcoscenico della sua  incarnazione? Io credo di no.
Tanto per cominciare, la probabilità di trovarsi esattamente sul pianeta che Dio sceglie tra miliardi o trilioni di alternative per la sua unica incarnazione, è ancora più bassa di quella di riuscire a indovinare i numeri del superenalotto. Indubbiamente ci sono stati alcuni interessanti tentativi di addurre argomenti induttivi a favore della storicità della resurrezione di Gesù. Pur con i loro eventuali meriti, tali ragionamenti possono, nella migliore delle ipotesi, rendere verosimile che l’evento miracoloso (cioè naturalisticamente inspiegabile), si sia verificato 2000 anni fa nel Vicino Oriente. Però, tali ragionamenti non sono in grado di dimostrare, in linea di principio, che l’allora protagonista, Gesù di Nazaret, era, benché in tutto e per tutto umano, lui stesso Dio! La cristologia dell’incarnazione dei concili di Nicea e Calcedonia è stata il risultato di un posteriore processo di interpretazione e razionalizzazione teologica che, almeno a quanto ne so, non aveva mai tenuto conto del fatto che Dio probabilmente aveva miriadi di altri “mondi ugualmente dipendenti dalla sua protezione” (Th. Paine), mondi nei quali avrebbe potuto, in alternativa, incarnarsi.

Sicuramente la maggior parte dei cristiani non credono in Gesù come “figlio di Dio“ perché convinti a farlo da argomentazioni induttive o a priori. Che Gesù fosse Dio incarnato, che abbia sofferto e sia resuscitato dai morti, sembra loro semplicemente vero – senza tanti ragionamenti elaborati. Molti pensatori cristiani hanno provato a dimostrare che avere fede nelle parole di una presunta rivelazione o in un’esperienza religiosa può essere ragionevole anche senza avere a disposizione evidenze empiriche o argomentazioni filosofiche.
Potrebbero bastare due osservazioni: la prima, e più importante, è che ci sono seri dubbi sul fatto che un’incarnazione divina possa essere sperimentata in quanto tale o che possa essere l’oggetto di una rivelazione o di credenze propriamente fondamentali in quanto tale. Una cosa è sperimentare una presenza divina, o formarsi, leggendo le Scritture, la credenza fondamentale che Gesù è resuscitato dai morti; è tutt’altra cosa avere l’esperienza o la credenza fondamentale che un concetto così astratto come l’incarnazione divina è stato esemplificato in Gesù. Nessuno accetterebbe affermazioni quali: “Ho l’impressione che la teoria delle stringhe sia proprio sbagliata” o “il realismo metafisico mi sembra proprio vero” come giustificazioni sostenibili delle corrispondenti credenze scientifiche o filosofiche,
perlomeno se avanzate senza dare ulteriori argomentazioni.

Perché la Cristologia, che implica concetti altrettanto difficili e oscuri, dovrebbe essere diversa? Secondo, anche ammesso che, per impossibile, la fede in un’incarnazione divina potesse essere giustificata sulla base della sola esperienza religiosa, o della formazione culturale o della rivelazione, non otterrebbe per questo uno stato di incorreggibilità o infallibilità. Anche la mia credenza fondamentale (che si suppone più che evidente), che davanti a me c’è una scrivania, sarebbe sconfitta se scoprissi che mia moglie ha versato dell’LSD nel caffè che ho bevuto a colazione. I cristiani tradizionalisti accettano, almeno implicitamente, che le loro credenze religiose fondamentali siano soggette a correzione. Un buon esempio sono i casi di delirio religioso. Supponiamo che un cristiano affermi: “Sono assolutamente certo che Dio mi abbia detto di mettere una bomba nelle scuole degli infedeli.” E’ da sperare che, in una situazione del genere, ogni persona sana di mente, credente o atea che sia, considererebbe cosa buona e giusta allontanare il cristiano in oggetto dal suo credo religioso (se necessario in un centro di igiene mentale).

Partendo da questo assunto, non rimangono più possibilità per negare, a priori, che la credenza fondamentale o la presunta verità rivelata dell’incarnazione di Dio in Terra, potrebbe venire sconfitta dalla scoperta che l’ipotesi dell’esistenza di alieni intelligenti è vera. Ed esistono argomenti all’apparenza solidi per ritenere che sarebbe effettivamente sconfitta. (traduzione di Beatrice Parisi)

Fin qui  Christian Weidemann. Per completezza diamo ora notizia che Guy Consolmagno, ricercatore presso la Specola Vaticana, l’osservatorio della Santa Sede a Castelgandolfo, ha concesso un’intervista a Roberto Allegri, che è stata pubblicata sul sito Segnidalcielo.it. Alla domanda “Se gli alieni esistessero davvero, dovremmo considerarli nostri fratelli, anch’essi figli di Dio?” il religioso americano ha risposto: «Siamo tutti creature di Dio. Qualsiasi essere in grado di “consapevolezza” di sé e dell’esistenza degli altri, e che è libero di scegliere di amare gli altri o di rifiutarli, secondo san Tommaso d’Aquino avrebbe i tratti dell’animo umano, cioè fatto “a immagine e somiglianza di Dio”. Quindi, se gli extraterrestri avessero queste caratteristiche di “intelligenza” e di “libero arbitrio”, non solo sarebbero nostri fratelli ma condividerebbero con noi la stessa “immagine e somiglianza”.» (RF)

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