Quando nacque il fantastico italiano

Nel 2012 sono ricorsi i 60 anni della fantascienza in Italia. Occasione anche per pubblicare l’edizione raddoppiata di un saggio collettaneo del 2002: Cartografia dell’Inferno – 50 anni di fantascienza in Italia 1952-2002, che in 500 pagine riunisce 38 saggi di 30 autori diversi. L’ha pubblicata la casa editrice Elara di Bologna. Ecco uno dei saggi, dedicato ai pionieri della letteratura fantastica italiana.

 Dimensione cosmica AMa quando nacque il moderno fantastico italiano? Tutto ebbe inizio con una pubblicazione semiprofessionale, qualcosa di più di un fanzine e qualcosa di meno di una rivista, Dimensione cosmica, che uscì a Chieti nel maggio 1978 per iniziativa di Michele Martino: pubblicazione battagliera e aperta al fantastico, in contatto con una casa editrice, quella di Marino Solfanelli,  attivissima in ambito locale e a livello universitario, che poco dopo la stampò. Nel 1979, Dimensione cosmica dedicò un numero speciale a J.R.R.Tolkien e Martino, insieme al figlio dell’editore, Marco Solfanelli, mi chiese di diventare presidente di un Premio di narrativa fantastica J.R.R.Tolkien dedicato a storie italiane inedite: a quella prima edizione giunsero 72 racconti di 64 autori diversi e i vincitori furono proclamati a Pescara il 6 gennaio 1980: giunse primo Gianluigi Zuddas, con una storia di heroic fantasy nel suo stile vivace e ironico, secondo fu un racconto horror di Luigi De Pascalis, terzo un racconto di ambiente cavalleresco di Franco Cardini, il noto medievista. In tal modo s’indicavano già le linee del concorso: nonostante fosse intitolato all’autore de Il Signore degli Anelli, non chiedeva una sua imitazione. E così in effetti fu: gli autori che parteciparono alle sue tredici edizioni (racconti, romanzi brevi, romanzi) spaziarono in tutti gli ambiti del’Immaginario, fantascienza esclusa ovviamente, mostrando una autonomia ed una originalità notevolissime.

Il concorso promosse e consolidò il fantastico “italiano” (vale a dire con ambientazione, sfondi, personaggi e soprattutto riferimenti storici, mitici, leggendari italiani), fece emergere molti nomi nuovi, sollecitò ad interessarsi di fantasy scrittori che sino a quel momento si erano occupati soltanto di science fiction: purtroppo gli anni Ottanta non brillavano per grandi possibilità editoriali e spesso gli autori migliori e più originali vedevano frustrate le loro potenzialità e dopo aver partecipato con successo a due o tre edizioni del premio ritornavano nell’anonimato.

Il Premio Tolkien costituiva l’apice della visibilità per la casa editrice di Chieti, il cui settore fantastico e fantascientifico era stato affidato a Marco Solfanelli che gli aveva dato un forte impulso con la creazione di tutta una serie di collane, ognuna con una sua ben chiara caratterizzazione, praticamente tutte tese alla promozione della produzione italiana contemporanea e alla riscoperta di autori del passato o di classici stranieri dimenticati. In quindici anni di attività, la Solfanelli ha pubblicato oltre cento titoli e di certo più testi di autori italiani di tutti gli altri editori operanti nel settore fino a quel momento.

Si può dire con un certo orgoglio che nella teorizzazione e nella pratica il fantastico “italiano” è nato insieme alle e per le iniziative promosse dalla Solfanelli: grazie anche alle sollecitazioni personali, allo sprone del Premio Tolkien, ai contatti diretti con gli esordienti che spesso sono divenuti anche amici con i quali si è rimasti in rapporto personale e letterario. E questo in un momento di totale riflusso, allorché le velleità fantascientifiche del decennio precedente, con il loro strascico di inutili e forzate polemiche, si erano dissolte scontrandosi con la dura realtà del mercato editoriale e della vita di tutti i giorni.

Si aveva una idea ben chiara in mente, ed era quella teorizzata nei volumi della Fanucci curati nei dieci anni precedenti e con la Solfanelli portata sul piano pratico: il fantastico come derivazione del mito. Di conseguenza, un certo tipo di fantasy e heroic fantasy tradizionale veniva privilegiata e promossa, ma senza alcun settarismo o partigianeria (che alla fin fine sarebbero risultati perdenti). Così, fra i libri della Solfanelli trovarono posto tutti i generi dell’Immaginario, fantascienza compresa: lo stesso dicasi del Premio Tolkien ed è sufficiente dare uno sguardo ai vincitori. Quel che interessava soprattutto a me, era dare una impronta nostra a quanto si scriveva, non fare una mera opera di copiatura dei modelli esteri, vale a dire soprattutto americani. All’epoca questo esplicito intento, teorizzato anche in articoli, introduzioni e interventi pubblici, ebbe praticamente tutti gli esponenti della critica specializzata contro perché veniva considerato un atteggiamento “nazionalista”, se non addirittura “revanscista” (sic!), ma in seguito praticamente tutti hanno ammesso che l’unico modo per essere veramente originali era fare riferimento non solo alla nostra realtà, ma anche alle nostra storia, alle nostre leggende, al nostro folklore, ai nostri miti. E questo non soltanto nel fantastico, ma anche nella fantascienza, nel giallo, nello spionaggio, nel thriller e nell’horror. Nessuno ama più ricordare quelle antiche polemiche e nessuno ama ricordare chi avesse ragione e chi torto, chi avesse cercato questa “nuova” via e chi vi si opponeva: ma sta di fatto che tutto quel che oggi si scrive nella narrativa “di genere” ha una impronta nostra. Meglio tardi che mai.

La Solfanelli indusse scrittori specializzati in fantascienza come Anna Rinonapoli, Lino Aldani, Piero Prosperi e Renato Pestriniero a cimentarsi con il fantastico e l’orrore; stampò romanzi di grande interesse che autori come Gianluigi Zuddas, Antonio Bellomi e Gustavo Gasparini avevano nel cassetto per scarsità di sbocchi editoriali; riscoprì autori contemporanei che avevano scritto piccoli classici come Virgilio Martini e Gianni Vicario; valorizzò nomi del fandom come Miriam Poloniato, Marco Perello e Mario Leoncini; scoprì e valorizzò nomi nuovi come Adolfo Morganti, Tullio Bologna, Marco De Franchi, Nicola Verde, Gabriele Marconi, Errico Passaro, Giuliana Cutore, Roberto Genovesi, Dario Tonani, Giuseppe Magnarapa, molti dei quali sono in attività ed hanno fatto importanti passi avanti nella narrativa e nella saggistica; ospitò firme del mainstream come Italo Moscati, Gabriele La Porta, Franco Cuomo, Angelo Mainardi, Riccardo Reim; recuperò al fantastico autori italiani della nostra letteratura fra Otto e Novecento come Giovanni Magherini Graziani, Gabriele d’Annunzio, Luigi Capuana, Grazia Deledda, Domenico Ciampoli, Luigi Antonelli, Edoardo Calandra, Luigi Pirandello.

Accanto alla narrativa non mancò una vasta opera di teorizzazione del fantastico non solo nelle innumerevoli introduzioni, e negli articoli, recensioni e polemiche ospitate sulle pagine della rivista L’Altro Regno, dove molti giovani critici si fecero le ossa, ma anche in libri come Dal mito alla fantasia (1983) e in saggi del sottoscritto e di Sebastianio Fusco, di Carlo Bordoni, di Adolfo Morganti e di Franco Salerno.

Marco Solfanelli(nella foto, Marco Solfanelli)

Insomma, un modo d’intendere il fantastico (soprattutto “all’italiana”) sviluppatosi nell’arco di un quindicennio, che ha rivelato e promosso vari autori, che ha creato un modo di scrivere fantasy. Forse tutto ciò a qualcuno non è piaciuto e non piace ancora, per motivi sia letterari che contenutistici, ma non si può negare che l’esperienza della casa editrice Solfanelli e del Premio Tolkien ha costituito un momento centrale e positivo della narrativa “di genere” scritta da italiani, anche perché funzionò, come raramente accade, come spontaneo punto di riferimento di chi amava il genere fantasy, indipendentemente dalle idee che personalmente professava.

GIANFRANCO DE TURRIS

 

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