Luci e ombre di Carlo Fruttero fantascientista

Fruttero oldUn anno fa, in occasione dei funerali di Carlo Fruttero, sulla bara in frassino chiaro vennero poggiati i suoi occhiali, una scatola di metallo delle sue Turmac e un pacchetto di fiammiferi da cucina. Magari avrebbero potuto poggiarci anche il primo numero di Urania a sua cura, quello del maggio 1962. Nella biblioteca civica di Castiglione della Pescaia (Grosseto), di cui era stato nominato cittadino onorario dalla precedente giunta nel 2010 e dove ormai viveva, non si respirava l’aria di camera ardente soprattutto per quella miriade di libri sparsi per ogni dove, anche sul pavimento come si può vedere nelle foto pubblicate dai giornali in quella occasione, decine e decine di volumi fra cui Pinocchio, I promessi sposi, le Fiabe italiane curate da Italo Calvino (accanto al quale si è voluto far seppellire nel cimitero del paese), addirittura, senza motivo, una biografia di Guevara, lui che comunista non era mai stato e che aveva snobbato gli inviti a iscriversi al PCI, come tutti alla Einaudi. Chissà se c’erano anche le antologie di fantascienza che curò insieme all’inseparabile amico e collega Franco Lucentini (suicidatosi nel 2002, nello stesso modo di Primo Levi): i quotidiani di quei giorni non l’hanno riportato. In fondo alla sala una gigantografia in bianconero che lo immortala in spiaggia di fronte al mare con quel suo volto caratteristico, la piega naturale delle bocca che gli ha dato sempre un’aria un po’ sprezzante, un po’ disgustata…

Il fatto è che Carlo Fruttero, morto il 15 gennaio 2012 a 86 anni, fra le tantissime cose che ha fatto e per le quali è stato ricordato, lo si sarebbe dovuto in modo non approssimativo anche per un aspetto molto singolare e simbolico: quello di aver fatto accettare all’intellighenzia italiana (non diremo “sdoganato”) la cosiddetta “letteratura di genere” (avventura, poliziesco, orrore, fantascienza) sia con la sua (loro) attività di antologisti e direttori di collane, sia come romanzieri. Sì, esattamente quella intellighenzia impegnatissima e con la puzzetta sotto il naso che non amava molto la tanto vituperata “narrativa di evasione” che distoglieva dal “sociale” e sollecitava la dannatissima “fuga dalla realtà”. E invece proprio lui, il torinese Fruttero ad appena 33 anni pubblicò quella che ancora oggi si puo’ considerare una pietra miliare della fantascienza in Italia, l’antologia Le meraviglie del possibile (Einaudi, 1959). A soli sette anni dall’approdo “ufficiale” della science fiction in Italia con Urania (ottobre 1952), Fruttero effettuò una straordinaria operazione editoriale con l’etichetta più sofisticata e, appunto, “impegnata” dell’epoca facendosi approvare una scelta di racconti americani accompagnati da un saggio introduttivo di un grande critico e poeta, Sergio Solmi, che ancora oggi, checché qualcuno possa dire, è una delle cose più originali e profonde scritte in merito (a parte gli entusiasmi “astronautici”) considerando la fantascienza non pura e semplice “avventura spaziale”, ma di cui si andavano a rintracciare le radici mitiche e favolistiche definendola la “fiaba dell’era spaziale”. In tal modo un genere considerato di “serie B” venne proposto in modo intelligente e accattivante alla nostra cultura che snobbava per principio certe cose, abbinandole nel suo disprezzo ai fumetti. Tre anni dopo, in coppia con Lucentini, rinnovò il successo con Il secondo libro della fantascienza (Einaudi, 1961) che, pur se non raggiungeva l’eccellenza dell’altra, restava sempre su un livello ragguardevole. E non bisogna dimenticare che un anno prima con Storie di fantasmi (Einaudi, 1960) Fruttero aveva dato dignità ai racconti dell’orrore, sia quelli classici all’inglese, sia presentando in Italia, praticamente per la prima volta, insieme a Bruno Tasso curatore di Un secolo di terrore (Sugar, 1960), H.P.Lovecraft.

Fruttero e Lucentini matitaE’ stato evidentemente questo suo specifico interesse che lo portò all’attenzione della Mondadori che nel maggio 1962 lo scelse come curatore di Urania succedendo a Giorgio Monicelli che se ne era occupato dall’inizio sino al 1961. Nel giugno 1964 venne affiancato dall’ inseparabile Lucentini e insieme ne hanno effettuato le scelte per oltre vent’anni, sino al novembre 1985. Sempre insieme e sempre per Mondadori hanno poi curato varie antologie: Universo a sette incognite (1963), L’ombra del 2000 (1965), Il dio del 36° piano (1968), ma è senz’altro da citare anche I mostri all’angolo della strada (1966), con una strepitosa copertina di Karel Thole, l’illustratore di Urania, che fu, pur con gravissime pecche organizzative e di traduzione, il primo tentativo di offrire in Italia una lettura organica nella narrativa di Lovecraft.

Carlo Fruttero (con Franco Lucentini) aveva ovviamente una sua specifica visione della narrativa “di genere” che si può così sintetizzare:

1)la fantascienza è una forma letteraria e come tale il suo unico scopo è la “leggibilità”, l’entertainment, non essendo portatrice di alcun “messaggio”, di alcuna tesi. Punto di vista che, come si vede, è esattamente l’opposto dall’ “impegno” propugnato dalla cultura torinese progressista, ma che non cerca di capirne il senso (come aveva fatto Solmi) e la confina in un “ghetto” commerciale;

2) di conseguenza è inutile approfondirla con discorsi troppo critici, troppo complicati: sono importanti le specifiche idee e come sono esposte, e quindi restando solo su un piano superficiale;

3) la fantascienza non ha confini precisi e quindi vi si può far entrare di tutto, anche il gotico, anche l’horror, anche il fantastico puro, anche Lovecraft, Machen, Hodgson: vedi il citato Universo a sette incognite, certe scelte per Urania e certi racconti inseriti nel Terzo (1983) e nel Quarto Libro della Fantascienza (1991), due antologie che è meglio dimenticare per il modo approssimativo e assurdo con cui vennero compilate. Criterio generale che potrebbe anche essere condivisibile, ma la scelta eclettica non è giustificata da alcun ragionamento critico, o grazie ad una concezione complessiva della letteratura dell’Immaginario coerente e supportata da una analisi approfondita;

4)scarso o nessun rispetto per i testi in sé: le traduzioni possono essere tagliate, sunteggiate, adattate secondo i gusti dei due curatori se per loro gli originali sono noiosi, o mediocri, o troppo prolissi, o per qualunque altro motivo (vedi, nella antologia citata, lo splendido La casa sull’abisso, o alcuni racconti di Lovecraft ne I mostri all’angolo della strada);

5) gli italiani non sanno scrivere fantascienza e quindi occorre indirizzarli opportunamente e in modo didascalico: per questo crearono in appendice a Urania la rubrica “Il marziano in cattedra”, poi “FS italiana”, che venne sospesa senza portare alcun frutto concreto, anche perché la collana non ospitò mai racconti in appendice o romanzi a firma italiana.

Donna domenicaNegli anni Sessanta F&L se ne uscirono con una battuta poi restata negli annali della fantascienza: “Un disco volante non può atterrare a Lucca”. La frase venne sempre intesa come una preclusione aprioristica al fatto che, appunto, gli italiani erano incapaci di scrivere cose del genere e che cose del genere mai sarebbero potute avere uno sfondo italiano. In realtà, come ha testimoniato Giuseppe Lippi di recente, con quella battuta Fruttero voleva dare un giudizio estetico: mai avrebbe potuto sopportare che una città d’arte italiana (Lucca, come Firenze o Roma o Venezia) venisse contaminata da certe “americanate”, da certe brutture tecnologiche e futuristiche… Un po’ come il suo antifascismo su base estetica: brutti e rozzi quei fascisti in camicia nera e con quel ridicolo fez in testa… Il risultato resta però lo stesso: nessuna apertura agli autori italiani e alla fantascienza ambientata in Italia. Il che ha prodotto un ritardo enorme nello sviluppo di questa narrativa da noi: Urania ha aperto ai nostri scrittori solo nel 1990 con la creazione del Premio Urania, ma se avesse messo loro a disposizione le sue pagine trent’anni prima ci sarebbe stata una maturazione più a lungo termine, sarebbero nate prima importanti professionalità.

Ed è assai singolare che fu proprio lui insieme a Lucentini a dimostrare l’esatto contrario, che cioè gli italiani erano capaci di scrivere una “narrativa di genere” del tutto autonoma e originale con lo strepitoso successo di quei due gialli tipicamente “italiani” come stile, idee, scrittura, tono, che sono stati La donna della domenica (1972) e A che punto è la notte (1979)!

GIANFRANCO  DE TURRIS

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