Fantascienza, una questione etimologica

E’ del poeta il fin la meraviglia,

parlo dell’eccellente e non del goffo,

chi non sa far stupir, vada alla striglia!

(La Murtoleide: Fischiate del cav. Marino)

 

 220px-Félix_Nadar_1820-1910_portraits_Jules_VerneSpesso nell’epoca classica per risolvere un problema di senso e significato ci si affidava alla filologia, o meglio alla etimologia: si pensi solo ai venti libri delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia del VI secolo che tanta influenza ebbero nel Medio Evo. Oggi questo è un sistema desueto e non più praticato, però, quando necessario, non inutile

(nella foto: Jules Verne).

Prendiamo il termine della lingua inglese science fiction. Lo ideò nel 1929 il lussemburghese naturalizzato emigrato in America Hugo Gernsback, su una delle sue riviste, Wonder Stories. In precedenza, a partire dal 1926, aveva prima coniato il neologismo scientific fiction e quindi scientifiction, entrambi derivati da scientific romance come si definivano certe opere dell’Ottocento sulla scia di Wells. Dal 1926, perché allora mandò in edicola ad aprile il mensile Amazing Stories, storie straordinarie, una rivista che, come scriveva nel suo editoriale, pubblicava racconti e romanzi che avevano tre numi tutelari: Verne, Wells e Poe, un francese, un inglese e un americano ritenuti unanimemente i “padri” letterari di questo genere di narrativa.

Ma che genere di narrativa? Ecco appunto l’etimologia: una narrativa scientifica o, più precisamente, a sfondo scientifico, di ispirazione scientifica: storie che prendendo spunto dalla scienza in atto o in divenire ci ricamavano su, ci speculavano su, ci estrapolavano, la divulgavano presso un pubblico popolare e non troppo acculturato, soprattutto giovani: “per il 75 per cento letteratura e per il 25 per cento scienza”, spiegava Gernsback. Uno dei tanti pulp magazines, le pubblicazioni stampate su carta povera – la polpa di legno – e quindi a poco prezzo, come ne esistevano già a dozzine negli Stati Uniti, ognuna dedicata ad un argomento diverso, dai più doffusi ai più spcialistici.

La narrativa pubblicata da allora sino alla fine degli anni Quaranta era sostanzialmente simile, a parte l’impulso speculativo impressogli da John Campbell allorché nel 1937 divenne direttore di Astounding Science Fiction: invenzioni straordinarie, viaggi spaziali, scienziati pazzi, catastrofi, guerre future, altre dimensioni, esplorazioni di pianeti eccetera. Nel 1949 però apparve nelle edicole Magazine of Fantasy and Science Fiction che affiancò il fantastico non scientifico a quello scientifico, e nel 1950 uscì Galaxy Science Fiction che invece diede spazio ad una speculazione futuribile che non necessariamente si basava sul fatto tecnico-scientifico, ma, diciamo approssimativamente, anche al fatto umano dando vita a quella che sarebbe stata definita la social science fiction, spesso con toni critici e/o satirici

Luna 1In quegli stessi anni, e precisamente nel 1952, questa narrativa approdò in Italia, e ovviamente si pose il problema della sua definizione dato che allora, a differenza di oggi, non si accettavano acriticamente e svogliatamente le parole straniere, ma le si cercava di tradurre. E così science fiction ebbe due traduzioni: nell’aprile del 1952 uscì il mensile Scienza Fantastica, il cui l’editore e direttore Lionello Torossi così rese il termine. A ottobre uscì il “bimensile” I romanzi di Urania dove il suo curatore, Giorgio Monicelli, usò la traduzione “fantascienza” (inizialmente con il trattino di divisione). Scienza Fantastica era una vera e propria rivista e chiuse dopo sette fascicoli all’inizio del 1953. I romanzi di Urania, poi dal 1957 semplicemente Urania, era una collana di romanzi, esce ancora e si avvia a compiere sessant’anni. Il prevalere di questa seconda, edita di Mondadori, impose la formula romanzi su quella della rivista e il termine “fantascienza” su quello di “scienza fantastica”.

Come è stato più volte notato, nessuno dei due rende in pieno il termine originario, sintetico come è tipico dell’inglese, e forse la traduzione che più gli si avvicina fu quella ideata nel 1957 da Armando Silvestri per il quindicinale di narrativa e astronautica Oltre il Cielo da lui pubblicato e diretto: “fantasia scientifica”. Però erano già trascorsi cinque anni e “fantascienza” si era consolidato e la rivista di Silvestri occupò sino al 1975 un posto di nicchia ancorché autorevole e non riuscì ad imporre la propria soluzione.

Conclusione. Utilizzando il sistema filologico-etimologico sappiano che in questo genere di narrativa c’è uno stretto legame fra la storia raccontata e l’elemento tecnologico-scientifico: scienze esatte, scienze fisiche, quindi anche e soprattutto per un certo tempo astronautica, voli spaziali, esplorazione di pianeti, navigazione nel cosmo, imperi e guerre stellari e così via.

Coloro i quali hanno una visione diciamo così “ortodossa” della science fiction pensano che essa sia tale solo in questa ottica. L’esistenza di un novum secondo quanto teorizzato dal critico Darko Suvin: se non c’è questo, anche in senso lato, non c’è vera fantascienza. Ma le cose stanno oggi veramente così?

An_Experiment_of_Autobiography_Photo(nella foto: Herbert G. Wells) Basti ricordarsi dei tre numi tutelari citati da Gernsback – Verne, Wells, Poe – per capire che non è proprio così e che questa ipotesi è troppo ristretta. Poe, infatti, è quel geniale scrittore che ha dato origine moderna ai molti filoni della letteratura che oggi definiamo “di genere”: non soltanto una fantascienza apocalittica o satirica o paradossale, ma anche il filone poliziesco, quello dell’orrore sovrannaturale e psicologico, della storia simbolica e raccapricciante con le sue visioni metapsichiche e occulte. Alle origini quindi della science fiction novecentesca, quella che uscì sui pulp magazines di Gernsback e dei suoi imitatori e continuatori fra la metà degli anni Venti e la fine degli anni Quaranta del secolo scorso c’è allora anche questo aspetto: non solo scienza ma anche parascienza; non solo fisica ma anche metafisica; non solo razionalismo ma anche irrazionalismo; non solo speculazioni sulla realtà futura ma anche speculazioni su ciò che sta accanto alla realtà; non solo avventure nella spazio extraterrestre, nel tempo e nelle dimensioni, ma anche avventure nello spazio, nel tempo e nelle dimensioni interiori; non solo l’outer space, quindi, ma anche l’inner space teorizzato da J.G.Ballard con un “manifesto” del 1962.

Ritenere nel secondo decennio del XXI secolo che con la parola italiana “fantascienza” – dato che negli Stati Uniti col tempo si sono affiancati altri termini alla parola science fiction – si debba intendere solo e soltanto quella alla Verne, Wells e loro continuatori contemporanei ancorché ottimi scrittori, sembra essere limitativo, anche perché l’ingresso delle scienze umane, della estrapolazione sociologica, dell’ inner space di cui si è detto,avevano già enormemente dilatato il senso della science fiction delle origini al punto che nelle discussioni che ne derivarono ci fu chi affermò che “fantascienza è tutto quello che viene definito fantascienza”, tautologico ma efficace per uscire da un impasse concettuale.

E allora che senso dare oggi al termine? Partendo dalla affermazione che ormai risale al 1959 (introduzione a Le meraviglie del possibile) del poeta e critico Sergio Solmi secondo cui la fantascienza è “la fiaba dell’era atomica”, si potrebbe benissimo affermare, come è stato fatto, che la science fiction e quindi la italica fantascienza deve essere caratterizzata essenzialmente dal sense of wonder, cioè il “senso del meraviglioso” o della meraviglia. La sua lettura deve provocare, come appunto le favole classiche e le fiabe moderne, un senso di stupefazione, di stupore, al punto tale da farci uscire dalla realtà oggettiva del lettore che legge una storia per entrare in quella del lettore che vive la storia in un’altra dimensione temporale. Cioè passare dalla “volontaria e momentanea sospensione della incredulità” di Coleridge al “mondo secondario” di Tolkien. La sensazione di meraviglia di fronte alle descrizioni e alle invenzioni anche scientifiche di questa narrativa devono quindi provocare nel lettore tali effetti. E c’è chi addirittura, come il professor Cornel Robu nel 1988 lo paragona al concetto di “sublime” così come teorizzato da Edmund Burke, la sensazione di “piacevole orrore” provocato in noi dall’immensità della natura. Non sempre dunque la fantascienza ci presenta un novum tecnologico-scientifico, sempre però dovrebbe essere caratterizzata dal sense of wonder.

Edgar_Allan_Poe_2_-_edit1(Nela foto Edgar  A. Poe) Del resto, si pensi agli aggettivi che accompagnavano le vecchie riviste popolari americane: amazing, astounding, astonishing, wonder, fantastic, thriller, startling e così via, che trovano un diretto riscontro negli aggettivi che le riviste popolari italiane sin dall’inizio del Novecento davano a un certo tipo racconti o che erano indicati nei sottotitoli dei romanzi: “avventure straordinarie”, “viaggi meravigliosi”, “racconti stupefacenti”, “storie fantastiche” o “misteriose” o “incredibili” o “spaventose” o “sorprendenti”. Gli aggettivi sono sempre gli stessi, e i romanzi di Verne non facevano tutti parte dei “viaggi straordinari”? Fuori dall’ordinario conosciuto per rientrare in un ordinario nuovo e più affascinante. E così quando negli Stati Uniti si cominciarono a rivalutare i pulp magazines di fantascienza con quelle copertine così naives in contrapposizione alla nuova fantascienza degli anni Cinquanta e Sessanta, dalla semplice nostalgia si passò proprio ad una categoria, quella appunto identificata dalla locuzione sense of wonder, resa popolare da uno dei primi storici della fantascienza e del fandom americani, Sam Moskowitz, nel suo The Immortal Storm del 1974.

Questo significato essenziale supererebbe allora anche la famosa e abusata affermazione secondo cui ormai “la realtà supera la fantascienza”: vale a dire, la tecnoscienza corre così velocemente da asciarsi alle spalle le trovate degli scrittori di science fiction. Così fosse veramente la fantascienza, in quanto narrativa a sfondo o base scientifica, poco alla volta scomparirebbe travolta dalla scienza stessa. Considerandola come tale, cioè come narrativa che in passato poteva predire gli sviluppi della tecnologia, tutte le sue mancate previsioni le sarebbero ritorte contro (ad esempio la Rete, i telefoni cellulari, le mai costruite colonie lunari, lo sbarco su Marte eccetera). Non considerandola invece limitata a questa funzione, simili critiche lascerebbero il tempo che trovano e non inciderebbero sul valore essenziale da darle non basandosi esso esclusivamente sulla speculazione tecnico-scientifica.

Gianfranco de Turris

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