La Scienza della Fantascienza – intervista all’autore

SCdFS coverLa Scienza della Fantascienza è un libro eccezionale.

Ne abbiamo già parlato qui sul Tredicesimo Cavaliere, dando ampio spazio all’indice di quella edizione, sempre utile per farsi un’idea dei contenuti. Io personalmente l’ho fatto anche sulle pagine di “Nigralatebra” un mio sito di qualche anno fa. Definire questo libro è molto difficile, dato che non è un saggio strettamente scientifico, nè in senso stretto letterario, dato che si occupa di quella specifica realtà che è la scienza inventata dagli scrittori di fantascienza, e quindi di una invenzione semi o para-scentifica che scienza non è eppure non è negazione della scienza, giacché è cosa nota, nella fantascienza non c’è spazio per la magia, ergo tutto quello che vi accade deve essere “scientificamente possibile” per quanto improbabile.

Sono questi argomenti scottanti sui quali gli appassionati si scontrano da sempre. Dopo la riedizione, la terza in più di 30 anni di questo libro, le occasioni per discutere sono ovviamente aumentate, con armi a disposizione di qualunque schieramento. Il che è bene, ovviamente, almeno le discussioni saranno più documentate e più divertenti.(Massimo Mongai)

intervista esclusiva all’autore, Renato Giovannoli

realizzata da Massimo Mongai

massimo-mongai2(MM)Cominciamo dalle edizioni. Il libro è stato edito una prima volta dall’Espresso nei primi anni ’80 e successivamente da Bompiani in due diverse edizioni. Questa è quindi la quarta, arricchita e con una veste grafica più prestigiosa di quelle del passato: rilegatura, copertina rigida, controcopertina con una stupenda illustrazione fantascientifica d’antan. L’editore ha investito molto in un libro così specifico e relativo ad un genere letterario considerato morente a livello editoriale, un libro che sta facendo la sua strada da oltre 35 anni. Come mai, perché, qual è la sua forza segreta, il suo superpotere? E’ radioattivo, un mutante letterario?

Renato Giovannoli 2(RG) Il libro è stato completamente riscritto due volte (la seconda “edizione” Bompiani era solo una ristampa corretta) e ogni volta è cresciuto di circa duecento pagine. Quindi, sì, è un mutante, e questo probabilmente lo ha aiutato nella lotta per la sopravvivenza. Però è un mutante che è restato se stesso, infatti non ha mai cambiato titolo, e le sue mutazioni erano già in potenza nel suo DNA. Così mi piacerebbe poter pensare che la sua fortuna è dovuta al suo particolare approccio alla fantascienza. Poiché fin dall’inizio era un tentativo di ricostruire il sistema della scienza della fantascienza – e quindi le relazioni tra le varie teorie fantascientifiche e i dibattiti epistemologici tra i diversi autori – ha forse una coerenza interna che altre compilazioni enciclopediche non hanno e ha finito per diventare quasi l’enciclopedia scientifica di un mondo parallelo. Ecco, forse la sua forza segreta è di essere non solo un saggio sulla fantascienza, ma anche un libro un po’ fantascientifico, un’opera di metafantascienza.

(MM) Per quel che ne ha capito lei, da chi è fatto il Fandom della FS? Chi sono, che tipi sono i lettori, gli appassionati, i maniaci? Gli scrittori? Hanno un qualche tipo di genus di riferimento?

(RG) Conosco poco il Fandom. L’idea che me ne sono fatta, e questo vale anche per la comunità degli scrittori di fantascienza, è che sia appunto una comunità. Siamo tutti anime in cerca di altre anime con cui comunicare. Una passione in comune è la base di ogni amicizia.

(MM) Il Fandom conosce ma conosce poco il suo libro. Eppure a me è sempre sembrato e tuttora sembra un libro fondamentale per chi si voglia occupare di FS. E’ così? Ha secondo lei valenze e possibilità di suggeritore per gli autori? Oppure è un libro per critici, addetti ai lavori, semiot-semiol-qualcosa?

(RG) Certo, essendo anche un catalogo delle idee fantascientifiche, “La scienza della fantascienza” può anche essere utilizzato come un manuale per scrittori. Ma soprattutto è un libro per chiunque nella letteratura cerchi idee, e non solo storie. Indubbiamente è un libro per spiriti speculativi.

(MM) lettori di FS in Italia sono pochi mentre i film (tutti americani) di FS sono numerosi, un paio al mese, e campioni di incasso. Il cinema di FS è quasi l’unico genere rimasto, il “giallo” si traveste da qualcos’altro, la FS no. Che sia neopositivista o critica, è di fatto pura FS. Perché secondo lei?

(RG) Si, è vero. La fantascienza resta sempre fantascienza. Il poliziesco ha un forte aspetto sociale, e per questo si adegua ai mutamenti della società. La fantascienza da questo punto è più libera, anche quando si sente costretta ad adeguarsi al progresso scientifico. La migliore fantascienza è un frutto della libera immaginazione, per questo è sempre pura fantascienza. Anticipa, non segue, il progresso scientifico e l’evoluzione o l’involuzione sociale, e poco importa se fallisce le sue previsioni, che in ogni caso si saranno realizzate in qualche universo parallelo.

(MM) Io sostengo da tempo che il segreto vero della FS (qualcosa in più da capire per lo meno, forse solo l’ultima) ormai risiede nel capire perché le donne non leggono FS. Sbaglio?

(RG) Le donne, in compenso, leggono i polizieschi. Forse perché sono più concrete e meno speculative degli uomini. E anche meno infantili. Bisogna essere restati un po’ bambini, lo dico con orgoglio naturalmente, per appassionarsi alla fantascienza.

(MM) FS e Jazz hanno molto in comune: entrambe nascono in America negli anni ’20, entrambe sono all’inizio un genere popolarissimo e poi diventano quasi un prodotto d’élite, entrambe si sono evolute verso forme “classiche” e lì si sono fermate; in entrambe contano le idee più dei personaggi e forse l’improvvisazione del Jazz è anche quella della FS. Mi sbaglio, deliro?

(RG) Io ho sempre pensato che il jazz avesse un rapporto più stretto con il poliziesco, e non solo perché ha fornito tante colonne sonore a film polizieschi. Sono in parte d’accordo sul fatto che ci siano delle analogie tra i due generi, ma mi paiono per lo più, come dire, analogie “esterne”, relative cioè ai loro pubblici e alla loro fruizione più che alla loro logica interna. La band della taverna di “Star Wars” è una trovata divertente, ma il dixieland che suona non è veramente fantascientifico, e in effetti lì Lucas sta facendo il verso al poliziesco hard boiled.

(MM) Quasi 550 pagine! Un mattone, praticamente. Leggibilissimo tutto. Non è che ha divagato un po’?

(RG) Ho divagato abbastanza raramente. Le 550 pagine erano necessarie per descrivere il sistema della fantascienza, e anzi ho cercato di non dilungarmi troppo. E poi, insomma, volevo scrivere l’enciclopedia scientifica di un mondo parallelo, e le dimensioni del libro sono anche funzionali alla sua vocazione cosmologica.

(MM) Un padre nobile all’origine, Umberto Eco, curatore della prima collana se non sbaglio. Com’è andata? Vi conoscevate, siete stati presentati?

(RG) Eco, che era anche il curatore della seconda collana, gli Strumenti Bompiani, è stato mio professore e relatore di tesi all’università. Era un professore molto generoso, capace di stabilire rapporti di amicizia con gli allievi. Poi negli anni seguenti, anche se con discontinuità, l’amicizia è continuata. C’è da dire anche che Eco è sempre stato un lettore appassionato di fantascienza, ha scritto sulla fantascienza e ha scritto fantascienza. Vada a rileggere il “Diario minimo” e mi dica se non è un libro di fantascienza. Negli anni Settanta ci scambiavamo informazioni sulla fantascienza di argomento semiotico e linguistico: tutta la sezione del libro sulle lingue aliene deriva da quell’interesse comune. Inoltre il libro è nato, verso il 1980, nel corso di un suo seminario universitario. Avevo presentato una comunicazione in cui tentavo un’analisi delle strutture narrative della fantascienza non in base a strutture di “attanti”, come si dice nel gergo semiotico, cioè di personaggi-tipo, o di “funzioni”, cioè di eventi tipo, ma di “macchine astratte” – avevo rubato il termine ai filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari – di natura logica in cui i personaggi e le loro azioni hanno un ruolo del tutto marginale. Queste strutture logiche sono per l’appunto quelle che sostengono le scienze della fantascienza. Alla fine della lezione, Eco mi chiese di fargli un indice del libro che avrei scritto per la collana “Espresso Strumenti”.

(MM) Lo sto leggendo di nuovo e con più attenzione, stavolta con il marker. Ma al confronto degli indici, sembra che la struttura non sia cambiata. Quali le novità più significative, se ci sono e se sono concentrate in qualche parte del libro?

(RG) Il libro è stato riscritto completamente, quindi di novità ce n’è ad ogni pagina. Anche la struttura in realtà è cambiata, anche se forse non moltissimo rispetto alla precedente edizione Bompiani. Soprattutto, in questa edizione ci sono interi paragrafi del tutto nuovi. Per esempio, ho ricostruito la storia della fortuna della Semantica Generale di Alfred Korzybski nell’ambiente degli scrittori di “Astounding Science-Fiction” sulla base dell’epistolario di Heinlein, dimostrando come Dianetics e Scientology – Ron Hubbard era anche lui uno scrittore della rivista – ne siano una volgarizzazione che deve non poco alla fantascienza superomistica di Van Vogt. Anche la sezione sull’iperspazio e sui wormholes è in buona parte nuova: l’ho aggiornata tra l’altro sulla base della ricca bibliografia scientifica e divulgativa degli ultimi anni, tenendo conto dell’ultima generazione di wormholes, quelli artificiali. C’è poi un paragrafo nuovo sui motori a curvatura, uno sull’intelligenza artificiale, uno sulla quarta dimensione in Wells… Avevo sospettato già nelle precedenti edizioni che il linguista Charles Hockett dovesse qualcosa a Robert Sheckley, ma non sapevo che Hockett fosse un lettore di fantascienza, né che avesse scritto, anche lui per “Astounding” un articolo di linguistica aliena. Adesso anche queste influenze e molte altre sono documentate. Spesso, poi, nelle precedenti edizioni avevo citato testi di seconda mano: grazie a internet mi è stato possibile risalire alle fonti prime. Sempre grazie a internet ho poi curato la bibliografia, citando sistematicamente le prime edizioni dei racconti e dei romanzi in rivista.

(MM) Lei dice che l’altro suo libro, “Elementare, Wittgenstein!”, costituisce con questo un dittico. Perché?

(RG) Perché anche la detective story, in quanto metafora della ricerca scientifica, è una sorta di fantascienza e pone notevolissimi problemi epistemologici. In “Elementare, Wittgenstein!” racconto la storia del poliziesco, come nella “Scienza della fantascienza” ho fatto per la fantascienza, come la storia di una serie di rivoluzioni scientifiche che hanno visto in competizione paradigmi diversi. Infine fantascienza e poliziesco hanno molti autori e alcuni temi narrativi in comune. Anche su questo aspetto della questione si troverà qualcosa in entrambi i libri.

(MM) Cosa sa della FS italiana, cosa ne pensa?

(RG) Confesso di conoscere molto poco la fantascienza italiana. La mia impressione è che non vi sia una vera tradizione fantascientifica italiana, e che gli scrittori italiani siano un po’ a rimorchio della fantascienza americana. Dovrebbero darsi da fare per fare il salto verso l’autonomia che il poliziesco italiano è invece riuscito a fare. Però sto parlando senza conoscere veramente ciò di cui parlo… I miei interessi sono piuttosto rivolti a una fantascienza italiana che gli scrittori italiani di fantascienza ignorano. Sapeva che Montale ha scritto delle poesie di fantascienza? Nel libro ne cito due, una sulle polizie del tempo e una sulle controparti di ogni individuo negli universi paralleli. Qualche anno fa ho poi curato una raccolta dei racconti di fantascienza di Antonio Rubino, il famoso illustratore. Sono davvero belli. Pubblicati agli inizi degli anni ’30 nel “Corriere dei Piccoli” superano in fantasia e ironia filosofica la produzione americana della stessa epoca.

(MM) A me piace pensare che quando (non se, quando) incontreremo degli alieni veri, avremo più probabilmente un rapporto stile “Star Trek” che non “Alien”. E questo perché secondo me (l’ho scritto qui sul Tredicesimo Cavaliere) solo una democrazia può costruire astronavi ultraluce. Quando li incontreremo quindi ci sarà uno scambio culturale e secondo me loro avranno pensato e scritto qualcosa su di noi. E’ corretto pensare che questa potrebbe essere la loro fantascienza? Qual è comunque il futuro della FS secondo Renato Giovannoli?

(RG) Dubito che gli alieni della fantascienza abbiano qualcosa a che fare con i veri alieni, ammesso che esistano. Penso piuttosto che siano delle proiezioni della psiche umana, delle immagini più o meno distorte dell’uomo stesso e delle sue ossessioni. Mi trova in disaccordo anche sull’idea che solo una democrazia possa costruire astronavi più veloci della luce: io le immaginerei piuttosto come lo scopo di un impero dispotico, l’unico governo che potrebbe costringere l’umanità a fornire l’enorme quantità di energia fisica e mentale necessaria a realizzarlo. Però la fantascienza degli alieni è un bellissimo argomento per dei racconti di fantascienza… Se non l’ha già fatto, potrebbe venirne fuori una bella serie. Il futuro della fantascienza? Una tesi implicita del mio libro è che la fantascienza nasca dalla filosofia e che i migliori racconti di fantascienza siano racconti filosofici e anzi “esperimenti mentali” filosofici. Credo che la fantascienza avrà un futuro nella misura in cui saprà essere filosofica e nello stesso tempo divertente.

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