Divagazioni sull’ucronia, Roberto Baggio e gli universi paralleli

I campionati europei di calcio con gli alti e bassi della nazionale guidata da Conte e gli osanna e poi le critiche del giornalismo sportivo facilista italiano, mi hanno fatto ricordare i campionati del mondo del 1998 ed un episodio curioso ad essi collegato che non so quanti lettori del Tredicesimo Cavaliere si possono ricordare (magari non erano ancora nati, beati loro).

Se allora Roberto Baggio avesse fatto goal dai tiri dal dischetto dopo gli inutili tempi supplementari, l’Italia avrebbe battuto la Francia (nazione ospitante come è poco fa per gli europei) ai quarti di finale e avrebbe passato il turno giungendo in semifinale. Eliminata la Francia, che poi li vinse, è abbastanza probabile che l’Italia sarebbe arrivata prima considerando gli altri finalisti (Brasile, Croazia, Olanda). Ne nacque una tragedia nazionale, come sempre in questi casi. Disse giustamente Churchill: “Gli italiani vanno alle partite di calcio come fosse una guerra e vanno alla guerra come fosse una partita di calcio…”.

La “storia” non andò affatto così e il goal apparve solo in uno spot pubblicitario che a me, a differenza di tanti sussiegosi giornalisti televisivi e no, mi sembrò intelligente, anche perché seguiva inconsciamente (era sempre una pubblicità) una tendenza che fin da allora si vorrebbe ridimensionare o addirittura condannare e quindi reprimere. E cioè? La critica del determinismo storico, l’impossibilità aprioristica che le cose possano andare diversamente da come sono andate, che quindi la Storia, grande, piccola e minuta, potesse essere diversa da quella nota. Tanto più nel calcio: la palla è rotonda si dice, per indicare che basta un niente per mutare le sorti di una partita. Lo si è visto in quei lontani, quasi dimenticati campionati del mondo: vincevamo, ma all’ ultimissimo minuto la Francia ha pareggiato. Da qui supplementari e rigori. Potevamo vincere, ma non abbiamo vinto per una inezia. Se, se, se…

E’ quella che si chiama ucronìa, il non-tempo, così come utopia è il non-luogo: l’ucronia, come ho scritto nel saggio in appendice al volume Se la storia fosse andata diversamente (Corbaccio) può essere considerata una specie di “revisionismo assoluto”. Definizione che non piacque ad Adriano Sofri, il quale in una lunghissima analisi, che partiva proprio del goal ucronico di Baggio per giungere al volume ora citato, la contestava: e perché mai? Fa paura il termine? In fondo pensare una Storia diversa che muove da presupposti diversi (sconosciuti prima) è proprio il concetto centrale del revisionismo (in storia come in filosofia come altrove) che non dà nulla per scontato e acquisito: in base a nuovi documenti si danno nuove interpretazioni. Una normale regola di studio. Ci si muove contro il Fatto Compiuto che gli sclerotizzati vorrebbero fosse inamovibile con conseguenze inamovibili. Mai dare nulla per scontato: chi oggi contesta, ad esempio, la cosiddetta “globalizzazione” lo fa in nome proprio di questa speranza, che non sia un Fatto Compiuto. Che poi certa intellettualità si sia spostata da posizioni “rivoluzionarie” a posizioni “conservatrici” (di potere) è un’altra faccenda…

Che l’atmosfera fosse questa sta a dimostrarlo già dalla fine del secolo scorso, una serie televisiva, I viaggiatori (Sliofers, 1995-2000) , prodotto da John Landis. Lo sfondo è tipico della fantascienza Anni 50, un po’ come Ai confini della realtà: un precoce genio della fisica, carino e alquanto imbranato stile Fox Mulder di X-Files, costruisce nella cantina della sua casa di San Francisco una complessa macchina che consente viaggi spazio-temporali basandosi sulla teoria (ormai ammessa dalla scienza “ufficiale”) che molteplici universi coesistano con il nostro, su diversi piani di realtà: è la classica idea degli “universi paralleli” oggi definiti “multiversi”. Con un semplice aggeggio simile ad un telecomando materializza un vortice e passandoci attraverso cade letteralmente in un altro mondo diverso dal nostro (ma non si può sapere in anticipo quanto), migliore o peggiore sotto vari punti di vista. Comunque diverso, di moltissimo o di pochissimo. Per un errore, lui, la sua ragazza, un austero docente universitario e, per un caso, anche un cantante nero, incominciano un viaggio che li porterà in universi via via differenti nel tentativo di tornare a casa, in quello da cui sono partiti. Un po’ come un vecchio telefilm proprio di Ai confini della realtà, dove era un velivolo di linea che, entrato in volo in una distorsione temporale, sbuca in una realtà alternativa e, non atterrando nei vari aeroporti “paralleli”, continua a restare in cielo alla ricerca del tempo e della dimensione giusti.

E’ dunque il desiderio di esplorare le infinite varietà della Storia che sollecita gli ideatori, e gli spettatori, della serie TV, le infinite possibilità del divenire, belle e brutte, ottime e pessime. Tutte: fuorché quella in cui siamo obbligati a vivere. Oggi l’ipotesi del Multiveso è ampiamente accettata e che i black holes possano essere le vie per penetrare in “altri tempi e altri mondi” lo si propone seriamente e non solo in film come Interstellar.. Con buona pace di chi lancia ridicoli anatemi contro spot, romanzi e saggi che propongono simili possibilità manco si fosse all’improvviso arretrati ai bei tempi dei “realismo socialista”…

GIANFRANCO de TURRIS

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