La fantascienza delle origini in Italia e nel mondo

Verne Wells Poe Gernsback Salgari
Jules Verne

 

Si tiene il 18 e 19 novembre 2016 presso la Fondazione Museo Civico di Rovereto (Trento) il quinto seminario roveretano “Sognare l’impossibile… La fantascienza in Italia (con sconfinamenti) tra letteratura e fumetti, tra scienza e utopia” organizzato dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto che da sempre si interessa di astronomia e di robotica, e che fin dalla prima edizione del 2006 ha ospitato gli incontri dedicati alla letteratura disegnata e scritta e le loro reciproche relazioni. I lavori analizzeranno il rapporto tra scienza, fantasia letteraria, capacità utopica di immaginare il mondo futuro (senza dimenticare le influenze provenienti dall’estero, specie dagli Stati Uniti e dal Giappone) e la relazione sempre più intensa del fumetto con il cinema, con le serie televisive di genere e i linguaggi informatici e tecnici. L’intervento di apertura sarà tenuto dal nostro Ganfranco De Turris, autore del documento che segue.

Alcuni critici, partendo dal presupposto che la fantascienza è solo un’espressione letteraria della civiltà industriale e della cultura scientifico-tecnologica, hanno affermato che essa non poteva esistere in Italia negli stessi anni in cui sorse non solo negli Stati Uniti, ma anche nelle nazioni europee più avanzate, come Gran Bretagna, Francia, Germania. E così, con riferimento a queste ultime, si ebbero fra Ottocento e Novecento, come significativi e validi “precursori”, rispettivamente un Wells, un Verne e un Lasswitz, nonché i loro innumerevoli imitatori assai meno noti. In Italia, il cui “decollo” industriale avvenne in ritardo ed in cui la cultura scientifica avanzò più lentamente, la fantascienza non poteva esistere e non poté evidenziarsi un grande “precursore”, punto di riferimento per altri scrittori.

La teoria è suggestiva e potrebbe essere verosimile. In realtà secondo una prospettiva generale non lo è, sia dal punto di vista teorico che pratico. L’ipotesi da un lato si scontra con quel che fu esattamente la “protofantascienza”, la fantascienza delle origini che non sapeva di esserlo e non si chiamava ancora così: essa infatti non comprendeva esclusivamente l’elemento scientifico e tecnologico. Sentiamo la definizione che di science fiction diede nel 1929 Hugo Gernsback, il creatore del neologismo e della prima rivista che a questo genere letterario fu completamente dedicata (Amazing Stories, aprile 1926): “Una affascinante vicenda romanzesca intrecciata a dati scientifici e a visioni profetiche”, i cui numi tutelari erano indicati non solo nel francese Verne e nell’inglese Wells, ma anche nell’americano Edgar Allan Poe. Dunque, non solo avventura, speculazione scientifica, avvenirismo tecnologico e sociale, ma anche para-scienze, scienze “umane”, spiritualismo, metempsicosi, esotismo, bizzarrie, stranezze di ogni tipo.

La tesi dell’italica arretratezza in questo genere letterario viene smentita anche da una ricognizione “sul campo”, ricognizione appena agli inizi ma sufficiente a fornire dati interessanti. Da essi risulta che sulle riviste cosiddette “popolari” – a partire da Il Giornale illustrato dei viaggi (1878) e dai suoi imitatori come Per terra e per mare (1904), Viaggi e avventure di terra e di mare (1904), Il Giornale dei viaggi (1905) e altri, sino ai supplementi illustrati dei quotidiani come La Tribuna illustrata (1890) e La Domenica del Corriere (1899) – apparvero con maggiore o minore regolarità storie e racconti di questo tipo, influenzati anch’essi in maniera assai netta proprio dai “padri” del nostro genere letterario che ormai da tempo erano stati tradotti in italiano con notevole successo: Verne, Wells, Poe, appunto, e alcuni loro epigoni soprattutto francesi come Lerouge e Boussenard, ma anche scrittori di utopie sociali come l’americano Bellamy e l’inglese Morris. Sovente, ed è significativo, vie era a contrassegnarli una specifica indicazione: storie o racconti “meravigliosi”, “fantastici”, “sorprendenti”, “occulti”.

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Edgar Allan Poe

Accanto a queste testate giornalistiche i grandi editori “popolari”, come Sonzogno, Treves, Nerbini e Quattrini, promossero romanzi a dispense, feuilletons, brochures di piccolo formato che settimanalmente o mensilmente offrivano ai lettori una narrativa avventurosa adatta al gusto dell’epoca, nell’ambito della quale il fantastico-esotico non era raro da trovare, così come una protofantascienza al passo coi tempi. E’ da ricordare che risale addirittura al 1907 – cento anni fa – una Biblioteca fantastica dei giovani italiani che in due serie presentò sedici fascicoletti settimanali da 24 pagine scritti, col loro mome o con uno pseudonimo facilmente decifrabile, da autori italiani fra cui primeggiava Luigi Motta, direttore della stessa collanina.
Da questo punto di vista, sarebbe importante effettuare una precisa ricognizione sulle varie serie di fascicoli mensili che sono una vera e propria miniera inesplorata di fantastico e fantascienza d’antan: a cominciare da Il Romanzo mensile (1901, supplemento del Corriere della Sera) per poi proseguire, tanto per ricordare le testate più significative, con Il Romanzo d’avventure (1924, Sonzogno), I Romanzi dell’audacia (1928, Mondadori), e proseguire con Il Romanzo Quattrini, Il Romanzo popolare (Nerbini), le Avventure sensazionali (dove apparvero anche testi a firma di Omar Salgari). Si trattava di fascicoli in genere di 32-64 pagine, in alcune occasioni doppi, quindi fra il racconto ed il breve romanzo, su cui non si è ancora lavorato con metodo: soprattutto Il Romanzo d’avventure sembra la serie più interessante, non tanto per la traduzione dal francese dei vari epigoni verniani (senza peraltro la minima indicazione bibliografica!), quanto per la produzione italiana: spiccano i testi di Gastone Simoni, Guido Stocco, Americo Greco, Armando Silvestri e un tale Ciro Khan (singolare pseudonimo mongolo-partenopeo): extraterrestri, navi spaziali, scienziati pazzi, civiltà del futuro, robot e automi, invenzioni straordinarie, guerre dell’avvenire, pericoli di distruzione del mondo, ma anche mostri di vario genere e animali preistorici. La difficoltà di un’operazione del genere consiste nel fatto che quasi mai queste collane, poiché da edicola, sono state raccolte e catalogate nelle Biblioteche Centrali.

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Hugo-Gernsback

Temi ridicoli e infantili? Ingenuità e provincialismo? Prima di fare simili affermazioni perché non si effettua un confronto con quanto nello stesso periodo, Anni Venti e Trenta, appariva sulle riviste americane pubblicate da Hugo Gernsback e dai suoi imitatori? Ad un paragone con i racconti ed i romanzi apparsi su Amazing Stories, Astounding Science Fiction, Thrilling Wonder Stories, Astonishing Science Fiction, Fantastic Novels e tante altre (negli ultimi vent’anni sono apparse in italiano diverse antologie settoriali), si vedrà che questa immensa differenza non c’è proprio, e se i nostri autori sono forse un po’ carenti d’invenzione nettamente “scientifica”, non per questo non erano aggiornati, e comunque supplivano a tale carenza con il gusto per l’avventura e l’esotico, che, nei testi americani del medesimo periodo, risultava parecchio standardizzata. E lo stesso, aggiungiamo, vale per le copertine: le nostre erano forse più ingenue, ma non inferiori al gusto dell’epoca (magari con qualche fanciulla discinta in meno).

Su un punto i teorici dell’arretratezza italiana nel campo della “protofantascienza” hanno ragione: non si evidenziò uno scrittore così tipico e così influente nell’ambito delle fantasie scientifiche e della narrazione avveniristica, come avvenne in altri paesi. L’Italia non ebbe il suo Verne e il suo Wells, con la catena di imitatori che ne seguirono e che diffusero il gusto per questo tipico genere letterario. L’unico che aveva la popolarità e la fama per diventarlo era Emilio Salgari, ma il solo vero romanzo avveniristico che scrisse (Le meraviglie del duemila, 1907, più interessante di quel che comunemente si pensi), un altro paio con invenzioni straordinarie e pochi racconti avvicinabili, non erano tipici della sua vena, né letterariamente tali da essere paragonabili a quelli dei due numi tutelari francese e inglese. Peraltro, un imitatore salgariano assai prolifico, come Luigi Motta, scrisse sì moltissimi romanzi di “protofantascienza”, o di “fantastoria” e “fantaguerra” (come sono stati anche definiti), alcuni dei quali anche di notevole interesse per le invenzioni e le trovate descritte, ma di qualità letteraria assai bassa, e non produsse neppure lui alcuna “moda” e scarse imitazioni.

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Herbert G. Wells

Un altro scrittore che avrebbe potuto ambire a “precursore” della nostra narrativa fantascientifica poteva essere Yambo, come si firmava Enrico Novelli, figlio del famoso attore Ermete. Yambo potrebbe benissimo considerarsi il “Robida italiano” e per lo stile e per il tratto: sicuramente Saturnin Farandoul (1879) e Le vingtième siècle (1882), tradotti subito in italiano da Sonzogno, lo influenzarono. Ma Yambo era in genere troppo “per ragazzi” se non “per bambini”, anche a causa dei disegni con cui egli stesso illustrava le sue opere, ed alla fine non ha assunto quel prestigioso titolo, pur se scrisse assai più di Salgari in questa vena: eppure Gli esploratori dell’infinito (1906), satira dell’Hector Servadac di Verne, e La colonia lunare (1908), sono notevoli per l’invenzione fantastica e scientifica, al di là del tono grottesco. E’ allora forse questa la ragione – l’assenza di un nome importante e di spicco come in Francia e Gran Bretagna – che fa sostenere comunemente l’assenza di precursori italiani di fantascienza.

Nel colpo d’occhio effettuato ci siamo intrattenuti sulla stampa periodica e “popolare”, ma ciò non vuol dire che non esistessero opere, in genere romanzi, di questo tipo apparsi in volumi pubblicati al di fuori di essa. Ce ne sono innumerevoli: non potendoli citare tutti ne ricordiamo almeno uno, opera di un singolare epigono italiano di Verne, il toscano Ulisse Grifoni, che pubblicò nel 1885 Da Firenze alle stelle , sottotitolo “Viaggio meraviglioso di due italiani e un francese”, firmandosi, come era vezzo dell’epoca, “tenente Ulisse Grifoni”, romanzo poi ampliato nel 1887 come “Dalla Terra alle stelle”. L’interesse del libro, in cui l’autore, professore di geografia, introdusse tutta la sua erudizione pedagogica, sta nel fatto che l’ascensione viene compiuta grazie ad una “casa volante”, spalmata di un metallo liquido definito “reagente antigravitazionale” ideato dal protagonista. Non ricorda qualcosa? Certo, la “cavorite” con cui era ricoperta la sfera che porta i protagonisti di The First Men in the Moon sul nostro satellite: ma Wells pubblicò il suo romanzo nel 1901, quindici anni dopo il romanzo di Grifoni…

Un primato d’invenzione “scientifica” (al di là del valore letterario dell’opera), tanto perché gli italiani erano arretrati e non al passo coi tempi, anche se nessuno ce lo riconosce. La morale che deriva da questo caso è semplicissima: mai dare nulla per scontato, in attesa di un’opera sistematica di indagine e di pubblicazione.

GIANFRANCO de TURRIS

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