Voglia di Utopia (e di Antiutopia)

Il problema dell’Utopia è che si tratta di una … utopia, cioè di quel che la parola coniata da Tommaso Moro è venuta a significare una volta entrata nel linguaggio parlato come nome comune:  il-posto-che-non-c’è, l’isola-che-non-esiste, la cosa impossibile, il fatto irrealizzabile, il sogno chimerico.

 

Ayn Rand B.F.Skinner Eric Hobsbawn Ernest Callenbach Eugenj Zamjatin Fredric Jameson H.G.Wells James Patrick Kelley Javier Cercas L.P.Hartley Tommaso Moro
Tommaso Moro (Credits Wikipedia)

 

C’è da chiedersi, allora, per quale motivo per tutto il Novecento non si sono quasi scritte utopie, mentre invece hanno proliferato le antiutopie o distopie. La domanda è più che legittima correndo nel 2016 i cinquecento anni della pubblicazione dell’opera del cancelliere di Enrico VIII, poi messo a morte da questi, e perciò fatto santo nel 1935 da Pio XI. Ma non sempre i santi scrivono cose sensate e condivisibili. Il suo si potrebbe dire che fosse un conte philosopique che anticipava quelli degli illuministi francesi in cui si immaginava un’isola dove vigeva una società ideale o perfetta in contrapposizione a quella del tempo di re Edoardo, vista come decadenza di tutti i valori del retaggio medievale, e di conseguenza come proposta di un’altra riformata dal punto di vista politico, sociale, economico, morale e religioso. Una società essenzialmente razionalista, dirigista, collettivista, irregimentata e che oggi definiremmo comunista.

 

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Eugenj Zamjatin (Credits Wikipedia)

 

La risposta alla domanda iniziale sta nel nome, come si è subito detto: perché l’Utopia nel corso di mezzo millennio si è dimostrata una impossibilità pratica, un sogno destinato a restare tale e addirittura a trasformarsi in incubo. E anche qui: perché?
Altra risposta ad un fatto acclarato come questo è che probabilmente essendosi concretizzato il (teorico) migliore dei mondi possibili, in primis quello comunista della società senza classi, della proprietà comune dei beni eccetera, proposto da tutte le utopie letterario-filosofiche a partire da Tommaso Moro, sino al Settecento illuminista e poi teorizzato dal socialismo utopico e quindi da Marx (che pur lo criticava duramente), si è immediatamente constatata in corpore vili la differenza fra l’astrazione teorica e la sua realizzazione pratica, ritrovandosi in mezzo ai peggiori deliri. Come reazione sono iniziate a uscire, praticamente da subito, le antiutopie o distopie che ne smascheravano le velleità buoniste e ne denunciavano la ferocia inespressa ma intrinseca descrivendo il peggiore dei mondi possibili. E così è stato per tutto il secolo trascorso.

 

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Ayn Rand (Credits Wikipedia)

 

Immediatamente dopo l’instaurarsi del bolscevismo in Russia, Eugenj Zamjatin scrisse il capolavoro Noi (1921, pubblicato in inglese nel 1924) e in pieno stalinismo sovietico Ayn Rand, fuggita dall’URSS e giunta negli Stati Uniti, scrisse Antifona (1938). Per fare altri notissimi esempi, le avvisaglie di una scienza biologica disumana che pensava di progettare esseri su misura indussero Aldous Huxley a scrivere Il Mondo Nuovo (1932), profezia terribile che si sta avverando sotto i nostri occhi; il capolavoro di George Orwell 1984 (1949) prende lo spunto da quello che secondo lo scrittore sarebbe potuto essere il mondo uscito dalla seconda guerra mondiale a egemonia stalinista con una dittatura del linguaggio e il controllo generalizzato della popolazione, anch’essi sotto i nostri occhi con la “neolingua” e il “bispensiero” del politicamente corretto; Giustizia facciale (1960) di L.P.Hartley, scritto all’epoca dei primi esperimenti del Welfare State laburista, descrive una società soffocata da un maternalismo prevaricatore, un buonismo ipertrofico, un livellamento anche estetico assurdo. Il tutto sempre e comunque per il bene dell’umanità. Avvisi, messe in guardia, denunce tanto profetiche quando spesso inutili.

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B.F. Skinner (Credits Wikipedia)

Le utopie che nel Novecento descrivevano un mondo migliore, ideale, magari ecologista, si contano sulle dita di una mano. Tra esse Walden Due (1948) di B.F.Skinner e Ecotopia (1977)di Ernest Callenbach. Difficilmente, invece, si potrebbe considerare tale, nonostante il nome, Una utopia moderna (1905) di H.G.Wells, il quale, nonostante le sue idee fondamentalmente socialiste, descrive una società gerarchicamente strutturata a modello di quelle medievali o indù.
Ma oggi, nell’inoltrato XXI secolo, perché ancora mancano all’appello le utopie? Perché le “magnifiche sorti e progressive” non sollecitano più l’inventiva degli scrittori dell’alta letteratura o della narrativa popolare? Forse perché esiste una disillusione, un disinganno, uno smagamento, uno scoraggiamento generalizzati che non inducono affatto all’ottimismo, talmente profondi da non dare neppure la spinta a pensare in positivo, a qualcosa di meglio da proporre rispetto alla triste realtà socio-politica. Il che è gravissimo perché significa che l’immaginazione ha le ali tarpate. Si pensi solo alle dozzine di romanzi distopici e catastrofici scritti da autori italiani noti e meno noti nell’ultima dozzina d’anni, per non parlare di opere e film stranieri …

 

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H.G.Wells (Credits Wikipedia)

 

Ecco quel che non ha capito, in fondo, il professor Fredric Jameson, noto docente americano di letteratura, marxista non pentito (che quindi faceva il paio con lo storico inglese Eric Hobsbawn, quello del Secolo breve), il quale ha scritto Il desiderio chiamato utopia, tradotto da Feltrinelli. La sua griglia interpretativa, infatti, gli impedisce di capire il motivo per cui l’utopia non attira più gli scrittori, perché da oltre un secolo non escano più capolavori di questo genere letterario tra il filosofico, l’ideologico e il narrativo. Al punto da teorizzare un paradosso: il fatto che l’utopia, come genere letterario, non sia più appetibile, dimostra la sua utilità…

L’handicap che l’utopia deve scontare è un destino tragico: la sua totale inapplicabilità per aver essa pensato un modello di società astratto, esclusivamente scientista e razionale, avendo tagliato fuori ogni altra caratteristica umana. E poiché l’uomo non è fatto di sola razionalità pura, ma anche di un coté irrazionale, sentimentale, mitico, fantasioso, ecco che le utopie falliscono sempre miseramente e sanguinosamente. Lo stesso nostro cervello, dovrebbe ammonirlo: i due emisferi di cui è composto, il destro ed il sinistro, governano esattamente questa duplice caratteristica dell’essere umano. I razionalisti ad oltranza, i fondamentalisti della scienza, gli integralisti tecnocratici certe cose dovrebbero conoscerle benissimo, eppure non se ne curano e teorizzano come se fossimo solo ed esclusivamente pura ragione.

 

Ayn Rand B.F.Skinner Eric Hobsbawn Ernest Callenbach Eugenj Zamjatin Fredric Jameson H.G.Wells James Patrick Kelley Javier Cercas L.P.Hartley Tommaso Moro
Aldous Huxley (Credits Wikipedia)

 

E per far ciò le utopie “realizzate” non hanno guardato il numero di morti che costava il metterle in pratica per il supremo interesse collettivo: cosa è stato il tentativo di comunismo integrale in Cambogia da parte di Pol Pot con milioni di morti se non cercare di mettere in pratica una utopia agraria, anti-intellettuale, anti-borghese, anti-capitalista? E’ costata la fine terribile di quasi metà della popolazione del Paese asiatico. Sicché si può capire lo scrittore spagnolo Javier Cercas quando su La Stampa (28 marzo 2008) scrive, parafrasando un noto detto variamente attribuito: “Quando sento la parola utopia mi viene voglia di prendere un bazooka e di sparare su tutto ciò che si muove”. Avendo compreso questo punto essenziale, i più aggiornati teorici dell’utopia, in specie italiani, hanno posto dei paletti ben chiari nella sua definizione, sfumando l’accento su ragione e scienza e facendo riferimento anche ai diritti umani della persona. Perché, non ci sono dubbi, che se viene atrofizzata la spinta al cambiamento una società a sua volta si atrofizza, agonizza e muore.

Bisogna solo capire cosa s’intende per “cambiamento”. Anche un ritorno a valori del passato può essere un significativo cambiamento in una società che ha perso di vista certe radici o punti di riferimento. Anche la cosiddetta “rivoluzione conservatrice”, ad esempio, presuppone un cambiamento. Cercas ha così torto e ragione insieme: non si può impedire di sognare società migliori di quella in cui si vive; nello stesso tempo, però, bisogna vedere se questa società va contro l’uomo o in suo favore, se è un’arida costruzione intellettuale da “ingegneri sociali”, oppure prende in considerazione le qualità innate e intrinseche dell’uomo e cerca di modellare, in base a queste, un mondo alternativo.

 

Ayn Rand B.F.Skinner Eric Hobsbawn Ernest Callenbach Eugenj Zamjatin Fredric Jameson H.G.Wells James Patrick Kelley Javier Cercas L.P.Hartley Tommaso Moro
George Orwell (Credits Wikipedia)

 

Qualcosa in tal senso ha cercato di fare uno scrittore americano dell’ultima generazione, James Patrick Kelley, che con il suo breve romanzo L’utopia di Walden (2005), edito da Delos Book di Milano, vincitore del Premio Nebula, immagina un pianeta che segue i precetti di Thoreau, ma poi si scontra con alcune contraddizioni interne ed è costretto a adottare le odiate “macchine”, almeno entro certi limiti non pervasivi e invasivi. Insomma, una via di mezzo fra utopia bucolica e realismo, fra l’agognato “ritorno alla natura” ed una tecnologia ecocompatibile, come si dice oggi soft.

 

GIANFRANCO de TURRIS

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2 pensieri riguardo “Voglia di Utopia (e di Antiutopia)

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