ARRIVANO!

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Amy Adams (right) as Louise Banks in ARRIVAL by Paramount Pictures

 

Con questa recensione del libro di Ted Chiang “Storie della tua vita” appare nel nostro blog per la prima volta la firma di Daniele Barbieri, mentre quella della nostra Donatella Levi appare ne La Bottega del Barbieri in calce a “Matematica Nera”. Si è aperto così un nuovo rapporto di collaborazione e scambio tra i due blog, che sono sì radicalmente diversi tra loro, eppure vicini nell’interesse per la fantascienza e il cinema.

Tanto per incominciare, e se son rose fioriranno.

Non so, ovviamente, ancora nulla della trasposizione cinematografica di “Storie della tua vita”, che apparirà nei cinema il 19 gennaio col titolo di Arrival.
Nelle ultime pagine del racconto la protagonista dice:

“Speravo che gli eptapodi ci dessero un altro saggio di xenobiologia, come avevano fatto in occasione di due precedenti scambi. A giudicare da ciò che ci avevano mostrato, gli eptapodi erano più simili agli esseri umani che a qualsiasi altra specie con cui fossero venuti in contatto.”

Chi avesse già letto questo racconto, che nel 2008 è stato tradotto in italiano da Giovanni Lussu e pubblicato da Stampa Alternativa, non potrà non apprezzare l’ironia di queste parole, e correre al cinema per vedere come diavolo se l’è cavata l’intrepido regista Denis Villeneuve di fronte all’impervio compito di riproporre sul grande schermo questa inedita variazione di uno dei temi classici della fantascienza: il primo contatto.

Se lo chiede anche il Barbieri, forza Denis !! (R.F.)

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Un esempio di “Eptapode-B”: esiste solo come linguaggio scritto, simultaneo e non sequenziale. Da “Arrival” (Credits Paramount Pictures).

 

Fantascienza: Ted Chiang fra i grandi

Sin dall’inizio ho avuto la forte impressione di aver già letto alcuni, tutti forse, racconti di «Storie della tua vita» (traduzione di Christian Pastore, Frassinelli: 316 pagine per 18,50 euri) di Ted Chiang. Non ho verificato se la memoria mi tradiva – accade ogni tanto – perché volevo “godere” le pagine senza farmi influenzare da… un db precedente. E alla fine è proprio il verbo godere quello più adatto: uno dei libri più belli del 2016, anzi … del secolo. Secondo me con questa “pioggia” di idee e con una scrittura adeguata, cioè ricca e bella, Ted Chiang entra fra i «grandi» della fantascienza, almeno per quel che riguarda i racconti brevi.

Vado a esplicitare ma, al solito, senza entrare troppo nel merito delle trame che chi svela troppo infame è.

 

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Da “Arrival” (Credits Paramount Pictures)

 

 Dev’essere bello e impegnativo «scavare nella volta celeste» sia pure con il rischio che «il più lungo dei viaggi» riporti al punto di partenza: «Torre di Babilonia» è «fantascienza babilonese» (secondo la definizione di Tom Disch), un ampliamento dei quadri di Magritte o forse una nuova mitologia.

Il racconto «Capisci» diventerà – lo spero – un classico del sottogenere «più che umano» con il suo ambiguo, intelligente “lieto fine”. Ci muoviamo fra Gestalt e il concetto confuciano di Ren; fra «grilletti» (nascosti nella mente) e il pericolo che ognuno «distorca l’evidenza in modo da adattarla alla sua teoria preferita». Ah, è anche un thriller… da parecchi punti di vista.

E’ ovvio che «moltiplicando infinito per zero il risultato è invariabilmente solo zero» o esitate un attimo? E l’affermazione «la matematica non ha più niente a che vedere con la realtà» vi turba ragionevolmente… o irragionevolmente? Anche perché – dixit David Hilbert – «se il pensiero matematico è imperfetto, dove troveremo verità e certezza?». Senza un finale – ma è giusto così – «Divisione per zero», uno dei racconti più hard (dal punto di vista scientifico) dell’antologia. Se però ci trovate metafore sull’alienità di alcuni esseri umani, psssssssssssssss “io sto dalla vostra parte”.

 

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Da “Arrrival” (Credits Paramount Pictures)

 

Ed ecco «Storie della tua vita», il racconto che dà il titolo all’antologia e che con il nome «Arrival» si è trasformato – non saprei dirvi come, bramo dalla voglia di capirlo, con il terrore di essere deluso – in un film di Denis Villeneuve. Secondo me anche questo racconto diverrà un “classico” del sottogenere «davvero possiamo comunicare con gli alieni?». Tenete presente la storia (forse vera, comunque verosimile: cfr pagina 114) di come il canguro ebbe questo nome. E preparatevi a imparare un saaaaaacco di cose sui linguaggi possibili/impossibili, sulla «sintassi visiva» ma anche sul principio di Fermat. Che «fra passato e futuro non esista alcuna differenza» è idea di Chiang ma anche di Einstein. La questione se il futuro possa essere ricordato ha intrigato Stephen Hawking non meno di Kurt Vonnegut. Nota spinosa: da “adulti” promettiamo a noi stessi di trattare i figli come «persone intelligenti, dotate di raziocinio»… e poi manchiamo il giuramento. Mi pare una durissima realtà, se non concordate tiratemi le orecchie.

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Da “Arrival” (Credits Paramount Pictures)

 

Avete presente il Golem? Era ora che qualcuno ci “giocasse” di nuovo ma esplorandone a fondo le potenzialità. Nel racconto «Settantadue lettere» Chiang lo fa: dentro uno scenario vagamente steampunk ma aggiungendo un pizzico di partenogenesi con una dose robusta di riformismo sociale più un’ombra di Apocalisse. A pagina 167 segnalo – per interesse personale – l’ornitorinco, uno dei miei due animali preferiti.

Il testo che meno mi è piaciuto è «L’evoluzione della scienza umana»: in effetti non un racconto ma un “gancio” sul futuro per la rivista «Nature»: l’idea dei «metaumani» è troppo vaga per reggere uno scenario.

Con «L’inferno è l’assenza di Dio» (ma per chi ama i giochi di parole veramente tosti il titolo potrebbe anche essere un crudele «L’infermo è l’assenza di Dio») andiamo a sbattere, correndo e ignorando i divieti, in un totale rovesciamento del punto di vista “tradizionale” sull’amore di/per dio; per la cronaca: io lo scrivo minuscolo, Chiang maiuscolo. Angeli insoliti, miracoli ambivalenti, luoghi pretesi sacri, devozione oltre ogni «amore incondizionato». Nella nota finale (pag 312) mi stupisco leggendo: Annie Dillard «ha scritto che se le persone avessero più fede si presenterebbero in chiesa con un casco e si legherebbero agli inginocchiatoi».

 

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Ted Chiang, l’autore

Non ne potete più del «politically correct» con le sue ipocrisie e caricature? Vi capisco ma fiiiiiiiiiiguratevi negli Usa dove la faccenda raggiunge vertici di paranoia e idiozia. C’è il rischio – si sa – di “buttar via il bambino con l’acqua sporca” ma una persona ragionevole è capace di notare la differenza. Nel racconto «Amare ciò che si vede: un documentario» si va oltre: Ted Chiang ragiona con noi sui pro e contro di tecnologie che annullino la nostra percezione di “bellezza”… in funzione anti-razzista. Che la questione sia controversa all’ennesima potenza è talmente ovvio che Chiang sceglie di dar spazio

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la copertina del libro

a diversi punti di vista, a «sentimenti contrastanti», appunto in un “documentario”. Interessante la nota in coda (pag 313) ma solo chi è scemo o vanesio – oppure pubblicitario di mestiere – può dubitare che il razzismo “anti persone brutte” sia uno dei più incoraggiati ai nostri tempi con le quotidiane dosi di odio degli spot. Che poi la bellezza sia come la cocaina è forse una esagerazione. Forse appunto.

Riassumendo? Un grandissimo libro, non perdetevelo.

 

DANIELE BARBIERI

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