Dalla scienza alla fantascienza e ritorno

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Il 10 settembre 2008 venne “acceso” il più grande acceleratore di particelle del mondo, lo LHC (Large Hadron Collider) del CERN di Ginevra, un anello di 27 chilometri sepolto a cento metri di profondità sotto la catena del Jura, tra Svizzera e Francia. Il suo compito era di dimostrare molte cose: l’esistenza di altre dimensioni, che accanto alla nostra realtà potrebbero esisterne diverse, cercare il Bosone di Higgs detto anche il Bosone (di) Dio perché considerato l’elemento decisivo per la costituzione della materia, sino ad allora solo teorizzato dall’omonimo scienziato. In parole semplicistiche: si è cercato di riprodurre in laboratorio l’origine dell’universo (e della materia). Per ottenere tutto questo sono stati fatti scontrare “pacchetti di particelle” di tale energia e a tale velocità che si sono generati dei mini buchi neri. Il risultato, come si sa, è che il Bosone ipotizzato dai calcoli di Higgs alla fine è stato identificato. Non è più una teoria scientifica astratta, ma una realtà scientifica provata.

All’epoca, prima dell’esperimento, ci fu chi paventò un pericolo: tutta la complessa operazione avrebbe potuto innescare una specie di reazione a catena tale da portare alla distruzione graduale del nostro pianeta “divorato” man mano dai black holes: non solo due ricercatori americani, Walter Wagner e Luis Sancho, addirittura cercarono di bloccare lo LHC per vie legali, ma anche uno scrittore italiano, Angelo Paratico, tempestivamente pubblicò quello che si potrebbe definire non un instant book quanto un instant novel, sul tema: un thriller scientifico-apocalittico ben congegnato come tematica e suspense dal titolo, appunto, di Black Hole (Mursia, 2008)..

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La fantascienza, dunque, segue di pari passo la scienza ed assolve la sua funzione non solo di anticipazione, ma anche di critica (indipendentemente che essa sia giusta o sbagliata). Come ho detto in varie occasioni, ridurre la science-fiction a pura e semplice anticipazione scientifica è troppo riduttivo, se ne limitano le potenzialità e gli orizzonti. Certo alle sue origini è stata soprattutto questo, ma non solo questo e nel corso ornai novanta e passa anni di vita “ufficiale” (Amazing Stories, aprile 1926) ha assunto molteplici aspetti.

 Parecchie cose non le ha previste (i cellulari e Internet, solo per fare due clamorosi esempi attuali), in altri casi ha sbagliato tipo di previsione anticipando troppo alcuni eventi (la colonizzazione della Luna, gli sbarchi sui pianeti del Sistema Solare). Il mondo del 2001 immaginato da Clarke e Kubrick in Odissea nello Spazio, il mondo del 2019 immaginato da Dick e Scott in Blade Runner, il mondo del 2020 immaginato da Harrison (Largo! Largo!) e Fleischer (I sopravvissuti), non sono affatto quelli che abbiano vissuto o stiamo vivendo. E basti pensare alle visioni delle città future, quelle del fatidico e simbolico 2000, disegnate dagli anni Venti agli anni Settanta per dire che la fantascienza in questi casi ha corso troppo in avanti e la realtà urbanistica e spaziale ha segnato ll passo.

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Se si pone però attenzione, oggi si stanno realizzando, o sono state ipotizzate per un prossimo futuro, diverse speculazioni letterarie della science-fiction.

Vale la pena di citarne alcune: i robot innanzi tutto. Li vediamo ormai all’opera: quelli impiegati nelle sale operatorie, i piccoli robot domestici, compreso quello giapponese che dirige un’orchestra, le intere case robotizzate immaginate da Ray Bradbury. E’ il sogno di Isaac Asimov che si avvera: e infatti uno di essi è stato battezzato proprio “Asimo” in suo onore. Ma c’è di più: da un lato è stato approntato dall’Istituto italiano di tecnologia di Genova iCUB, un robot, o meglio un androide, di un metro di altezza che potrà fare tutto ma proprio tutto, compreso parlare: “Un robot personalizzato”, come ha detto Giorgio Metta: sarà un “umanoide da compagnia”, un robot-colf o un robot-infermiere. Da un altro lato si cerca di creare microprocessori che al posto di carbonio o silicio abbiano materiale organico, una specie di neuroni.

 

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Un ulteriore marchingegno risale anch’esso ad Asimov ed al film del 1966, da cui egli trasse il romanzo dallo stesso titolo, Viaggio Allucinante (in originale però Fantastic Voyage). Il tedesco Fraunhofer Institute ha creato una “pillola” con all’interno una microscopica telecamera ed altrettanto microscopici diodi per illuminare il “panorama”: la si ingoia ed essa inizia un “viaggio fantastico” all’interno del corpo umano trasmettendo ad un monitor esterno le immagini che verranno lette dal medico che curerà così il paziente dal suo stesso interno. La vera novità è che il medico potrà guidare la “pillola” là dove riterrà meglio.

Nel film di Richard Fleischer la “entronave” medica conteneva un equipaggio miniaturizzato. Se oggi non siamo ancora riusciti a rimpicciolire a volontà la materia, stiamo procedendo con enorme velocità nelle miniaturizzazioni elettroniche sempre più avanzate: sono le nanotecnologie che hanno – anche se pochi ne sono a conoscenza – già innumerevoli utilizzazioni. Una di queste è la lotta contro i tumori: lo scrittore di fantascienza Barry Malzberg aveva immaginato nel suo Uomini Dentro (1973) esseri umani miniaturizzati che combattevano direttamente le cellule tumorali all’interno del corpo umano, oggi si ricorre a nanoparticelle che possono trasportare un farmaco specifico che opera in loco, direttamente contro le cellule neoplastiche senza danneggiare quelle sane perché potrebbe essere pericoloso se fosse diffuso in tutto il corpo.

 

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Infine, le vele solari. Immaginate da molti autori di fantascienza, e fra essi Ray Bradbury (Cronache marziane), Arthur Clarke (Il vento dal sole) e lo straordinario Cordwainer Smith (La navigatrice degli spazi), ora la NASA dopo vari tentativi falliti sta subendo la concorrenza dei giapponesi di Ikaros e del gruppo privato che si sta raccogliendo intorno alla Planetary Society, la più potente tra le numerose associazioni senza scopo di lucro che racccolgono i numerosissimi space-enthusiasts americani. Le immense e sottilissime “vele” di silicio e alluminio che si dispiegano nello spazio e ricevono la spinta del “vento solare” sono concetti superati, stanno per essere sostituite dalle agili Lightsails e in un futuro non troppo lontano da veri e propri sciami di minuscole vele al carbonio pilotate da microscopici processori, che spinte da raggi laser opereranno su distanze interstellari al 20% della velocità della luce. Si manovreranno come le vele marine, ha affermato Edward Montgomery del Centro Marshall, e in tal modo si potrà governare la rotta.

E così anche avranno finalmente un senso le definizioni di “Marina Spaziale” (con relativi gradi marinareschi) e di “pirati dello spazio” che spessissimo si sono lette nei romanzi di fantascienza e che, trattandosi di astronautica, evoluzione dell’aeronautica, a molti erano sembrate a prima vista incongruenti…

GIANFRANCO de TURRIS

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