Il diritto di contare (Hidden Figures)

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Aspettavo questo film con molta curiosità. L’idea che l’era spaziale fosse iniziata quando ancora esisteva qualcosa chiamato “computer umano” mi ha colpito.  Persone in carne ed ossa risolvevano i calcoli necessari al lavoro degli ingegneri, servendosi di strumenti ormai dimenticati come le tavole logaritmiche e il regolo calcolatore. Scoprire che a fare un tale lavoraccio erano state delle donne, e per di più nere, visto come va il mondo mi ha stupito di meno. Infine, scoprire oggi il ruolo e il merito che queste donne incredibili hanno avuto all’epoca, e sapere che tutto ciò alla fine è venuto fuori e si sta in qualche modo facendo giustizia, mi manda a letto più contento. Per una volta, questo blog è arrivato in anticipo sui tempi: Matematica Nera è stato pubblicato da noi il 7 novembre 2016 e L’irresistibile ascesa delle rocket-girls il 17 ottobre. Leggeteli! (RF)

 

Andate a vedere Il diritto di contare e portateci i bambini! Il film parla di tre “donne-computer” nere del Langley Research Center della NASA, che hanno profuso talento e intelligenza per portare al successo il progetto Mercury, il primo programma spaziale americano con equipaggio. E questo, nonostante incontrassero ostacoli razzisti e sessisti a ogni angolo.

Nonostante l’argomento serio, il film è allegro, spesso divertente e alla fine trionfale. È assolutamente adatto ai bambini: alla mia figlia di 10 anni è piaciuto moltissimo, come anche all’altra di 7, anche se verso la fine la sua attenzione veniva meno. Come gli altri spettatori in sala, tutte e tre abbiamo applaudito ripetutamente quando le protagoniste superavano gli ostacoli fino a raggiungere insieme l’impossibile, vale a dire l’invio di un uomo nello spazio. All’uscita del cinema sorridevamo, ma più rifletto sul film e più penso che ci sia poco di cui rallegrarsi, anzi direi che  casomai ci sia da arrabbiarsi! Quante persone intelligenti e creative ci sono, che non hanno avuto mai l’opportunità di offrire le proprie idee al mondo per colpa dei pregiudizi degli uomini? Non si tratta solo di problemi del passato. Negli anni ’50 e ’60 il razzismo e il sessismo erano ovvi e alla luce del sole. Ora la segregazione è ufficialmente illegale, così come la discriminazione sul luogo di lavoro.

Ma basta guardare alla persistente scarsa rappresentanza delle minoranze e delle donne bianche nella scienza e tecnologia (per geologia e astronomia le cifre sono anche peggiori della media) per sapere che i problemi incontrati dai protagonisti in “Il diritto di contare” non sono scomparsi, sono solo nascosti. Nascosti, perlomeno, a quelli di noi abbastanza fortunati per non aver incontrato tali barriere. Ma il razzismo e il sessismo (e altri ismi) sono striscianti. Chiedono di dimostrare chissà cosa senza darne l’opportunità, mentre ad altri piovono occasioni. Invece bisognerebbe vedere il potenziale di ognuno.

Due scene del film mi hanno particolarmente colpito (attenzione: spoilers). In una scena, il direttore del Gruppo Attività Spaziali (un personaggio fittizio interpretato da Kevin Costner) guarda insieme al suo gruppo il servizio del telegiornale sul primo volo di Yuri Gagarin. L’umore nella sala è di sgomento, quasi disperazione. Costner spegne la tv e chiede perplesso ai suoi ingegneri:

Com’è possibile che i russi ci battano? Cosa stanno facendo che noi non facciamo?

Il film non risponde a queste domande ma la panoramica della macchina da presa ci ricorda che solo due dei 30 tecnici sono donne, mentre l’unica non bianca è Katherine Goble (interpretata a Taraji P. Henson). Volevo urlare:

Se nella stanza ci sono solo uomini bianchi, stai attingendo solo a un terzo del potenziale umano degli Stati Uniti, mentre l’eccezionale persona di talento che hai di fronte viene trattata male. Non so cosa stia facendo la Russia, ma posso dirti che stai lottando con una mano legata dietro alla schiena.

Il personaggio di Costner non se ne accorge, ma quello della Henson sicuramente sì.

L’altra scena si trova più avanti nella pellicola. In una sottotrama, spesso di tono divertente, in una gigantesca sala del centro ricerche viene installato un nuovissimo mainframe IBM che però  è lento e riluttante a funzionare. Resasi conto che alla fine il mainframe funzionerà e che lei e le altre donne della divisione “elaborazione dati – personale di colore” perderanno il lavoro, Dorothy Vaughan (interpretata da Octavia Spencer) impara da autodidatta il Fortran (ossia FORmula TRANslator , il linguaggio più adatto per la programmazione scientifica), che poi insegna alle sue colleghe. Vaughan fa funzionare il mainframe e le viene offerto un posto nel laboratorio IBM. Lei minaccia di rifiutare in mancanza di una promozione che le garantisca il grado e lo stipendio commisurati alla sua responsabilità e la garanzia che alle sue 20 colleghe, ora anch’esse programmatrici, venga offerto un lavoro all’IBM, dove usare le loro capacità appena acquisite. La scena di queste 20 donne che procedono insieme dallo stretto ufficio nel seminterrato fino al nuovissimo laboratorio computazionale è una delle più trionfali del film.

Il diritto di contare è l’incredibile e sconosciuta storia di Katherine Johnson (Taraji P. Henson), Dorothy Vaughan (Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monáe), tre brillanti donne afroamericane che lavoravano alla NASA e che misero i propri cervelli a disposizione di una delle più grandi operazioni della storia: la messa in orbita dell’astronauta John Glenn, un risultato straordinario che ripristinò l’autostima di una nazione, cambiò le sorti della corsa allo spazio e galvanizzò il mondo. Il trio visionario superò tutte le barriere di genere e di razza per ispirare generazioni di persone a pensare in grande.

Per me questa scena è importantissima. Singolarmente, i tre personaggi principali abbatterono delle barriere, costituendo dei modelli di riferimento per il futuro. Tuttavia solo la Vaughan portò altre 20 donne con lei nel momento del proprio successo. Lo fece con lungimiranza, addestrando efficacemente il personale e scegliendo attentamente i momenti in cui correre dei rischi professionali per sostenere se stessa e le altre.
In realtà, questi eventi furono molto più diluiti nel tempo di come sono rappresentati sullo schermo, ma la Vaughan è ancora ricordata come un difensore di tutte le donne di NACA e NASA sottovalutate, bianche e nere. Sono molto contenta che Il diritto di contare mi abbia fatto conoscere queste donne straordinarie e consiglio a tutti di andare a vederlo, per poi continuare il lavoro di smantellamento della cultura discriminatoria e di creazione di opportunità in cui tutti possano realizzare il proprio potenziale. Da parte mia cercherò di portare avanti l’opera di Dorothy Vaughan individuando coloro che potrebbero non avere una possibilità.

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Il film è tratto dal libro di Margot Shetterly, che ha anche una versione per i giovani. Per quanto riguarda le fonti non di narrativa, se volete saperne di più sulle donne nere della NACA e della NASA, consiglio vivamente Hidden Human Computers, di Sue Bradford Edwards e Duchess Harris. Questo libro narra la storia anche di molti altri “computer-umani” che lavorarono per la NACA e la NASA dagli anni ’40 ai ’60 e ne ripercorre l’influenza fino ai giorni nostri.

Titolo originale:” Hidden Figures: Triumphant in the theater, sobering after” di Emily Lakdawalla, pubblicato sul sito della Planetary Society in data 11 gennaio 2017

Traduzione di FAUSTO MESCOLINI

Editing ROBERTO FLAIBANI

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