Quando Verne era pessimista

"PARIS AU XX SIÈCLE", ANTIUTOPIA, EDITORE HETZEL
Jules Verne

 

Come è ben noto a tutti, la caratteristica della narrativa di Jules Verne (8 febbraio 1828 – 24 marzo 1905) è quella della anticipazione scientifica o della introduzione in un contesto avventuroso dell’uso o dello sviluppo più avanzato di certe invenzioni già note alla scienza tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il tutto con un tono positivo ed ottimistico, tipico dell’epoca e della diffusa fiducia nella scienza e nei suoi progressi, tanto da far comunemente inserire lo scrittore francese accanto a Herbert George Wells come precursore e addirittura “padre” della moderna fantascienza, anche se l’inglese, pur avendo una formazione scientifica maggiore di Verne, era assai più “avveniristico”: in realtà fu lui a creare tutti gli stereotipi della science fiction come oggi noi la intendiamo (il viaggio nel tempo e nello spazio, lo sbarco su altri mondi, l’invasione aliena, la società di domani, eccetera). 

Detto questo ecco però l’eccezione che conferma la regola. C’è un romanzo di Jules Verne, unico nel suo genere, in cui viene chiaramente ed esplicitamente descritto un (per lui) lontano futuro. Si tratta di “Paris au XX siecle” scritto nel 1863, rifiutato dall’editore Hetzel e pubblicato soltanto nel 1994 grazie ad un collezionista italiano ultraspecialista di Verne, Piero Gondolo della Riva, in cui si descrive la Parigi del 1960. Cosa ha di particolare questo romanzo rispetto all’immagine che comunemente si ha di Verne? Una visione pessimistica del nostro domani ed una idea non proprio positiva che gli effetti dello sviluppo tecnico-scientifico avrebbero prodotto sull’uomo e sulla società. Potrà sembrare sorprendente, ma all’inizio della sua carriera il trentacinquenne romanziere francese non la pensava come in genere si crede circa le famose “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità di leopardiana memoria. Ma è esattamente così: non negava il progresso materiale o si dimostrava scettico circa il suo prodursi, ed infatti si diffonde nella descrizione di nuovi marchingegni di ogni tipo che in apparenza migliorano la vita delle persone, ma allo stesso tempo metteva esplicitamente in guardia dal fatto che tutte queste novità tecnico-industriali non portassero alla fin fine un vantaggio spirituale, psicologico e addirittura culturale. Qualcosa che ormai sappiamo benissimo, ma che il suo editore Hetzel capì subito che nel 1862 non avrebbe funzionato.

Vediamo come e perché. Paris au XX siècle fu il secondo o terzo romanzo scritto da Verne. Il primo, com’è noto, fu Cinq semaines en ballon, composto nel 1862 col titolo Voyage en l’air, venne pubblicato il 31 gennaio 1863 appunto da Hetzel; nel 1863-4 Verne scrisse Les anglais au Pole Nord, che fu pubblicato prima a puntate sulla rivista sempre edita da Hetzel Magasin d’éducation et récréation (20 marzo 1864 – 5 dicembre 1865) e poi in due tomi il 4 maggio 1866 col titolo Voyages et aventures du capitaine Hatteras. Paris venne scritto nel 1863, prima o mentre veniva elaborato Hatteras: di certo fu presentato all’editore come terzo manoscritto. Hetzel lo rifiutò decisamente, Verne non lo riprese in mano mai più, rimase chiuso nella cassaforte del figlio Michel e venne scoperto dal pronipote Jean (figlio di Jean Jules, figlio di Michel) per puro caso soltanto nel 1989, una edizione critica a cura di Piero Gondolo della Riva apparve nel settembre 1994. Le critiche di Hetzel furono durissime e senza vie d’uscita:

Sono desolato di quanto devo scriverle – si legge in una sua lettera a Verne. – Consideri un disastro per il suo nome la pubblicazione di quest’opera. Farebbe pensare che [Cinq semaines en ballon] sia stato un colpo fortunato. Avendo Hatteras, io so che l’eccezione alla regola è questo lavoro mancato, ma il pubblico non lo sa… Lei non è maturo per questo libro, lo rifaccia fra vent’anni.

Sul manoscritto si trovano commenti di Hetzel di questo tenore: “Per me non ha niente di allegro”, “Questa roba non regge”, “Non c’è senso della misura e neanche gusto”, “Qui zoppica”, “C’è poco da fare, tutte queste critiche, tutte queste ipotesi non mi sembrano interessanti”, “Oggi non crederanno alla sua profezia, non interesserà a nessuno”.

"PARIS AU XX SIÈCLE", ANTIUTOPIA, EDITORE HETZEL
Edizioni Hetzel

Insomma, un vero disastro letterario che, al di là delle critiche stilistiche anche giuste (in fondo era una prima stesura e tale rimarrà per sempre), a noi 150 anni e più dopo questa “eccezione alla regola” interessa al contrario moltissimo. Infatti, Hetzel rimase soprattutto sconcertato dal pessimismo verniano, anche se negli altri due romanzi che aveva letto ed approvato (pur se con modifiche) questo pessimismo nella scienza era già visibile. Come nota Herbet Lottman nel suo Jules Verne (Mondadori, 1999) in Cinq semaines tutta la scienza dell’ingegner Fergusson nulla può per evitare il disastro del pallone, e in Hatteras l’avventura polare si risolve in un completo disastro nonostante i nuovi mezzi tecnici adottati, al punto che nella versione originale poi fatta cambiare da Hetzel il capitano inglese si suicida gettandosi nella bocca di un vulcano in eruzione. Ma qui non si descrivevano le evoluzioni di una scienza futura e i teorici benefici del progresso… 

Come era il mondo immaginato dal giovane scrittore per il 1960? Semplicemente una società francese che aveva compiuto un grande progresso meccanico e scientifico, ma contemporaneamente aveva relegato nel ghetto l’umanesimo, la letteratura, la poesia, la vera musica, i cui rari cultori venivano considerati come minimo degli stravaganti scansafatiche, come massimo dei matti da tenere a distanza.

La Parigi del 1960 immaginata nel 1863, con il classico spostamento avanti di un secolo (lo farà anche Salgari nel suo Le meraviglie del duemila), ha cinque milioni di abitanti, si estende per dieci leghe ed ha distrutto tutta la compagna intorno, in compenso possiede quattro cerchi concentrici di ferrovie su viadotti e viene considerata un “porto di mare” dato che i bacini idrici scavati nelle pianure di Grenelle e Issy ospitano migliaia di imbarcazioni, ed è stato costruito un canale di 140 chilometri sino a Rouen, largo 70 metri e profondo 20; i treni vanno ad aria compressa e sono collegati magneticamente al “tubo vettore”; le automobili sono alimentate “da aria dilatata dalla combustione del gas”, cioè idrogeno distribuito da “colonnine predisposte alle stazioni”; fili elettrici come una “immane ragnatela” solcano i cieli della città; dappertutto “manifesti trasparenti sui quali l’elettricità scrive pubblicità a lettere di fuoco”; le case sono servite da silenziosi ascensori elettrici; le abitazioni sono rifornite di acqua a buon mercato grazie ad uno sbarramento della Senna e all’uso di turbine, ed anche la forza motrice è inoltrata a domicilio; gli uffici sono muniti di “telegrafia elettrica privata” e da “telegrafia fotografica”; per le strade grandi orologi parlanti rispondono alla richiesta dell’ora. Come si vede una immaginazione non da poco che avrebbe potuto rivaleggiare, se sviluppata con quella di Wells, che anticipa marchingegni a noi noti e che per certi aspetti (le pubblicità) ricorda addirittura Blade Runner di Ridley Scott! Ma Hetzel disse di no.

In compenso, però, l’economia e la finanza fanno aggio sulla politica dominata dai capitalisti; l’istruzione pubblica, totalmente in mano alla Società Generale di Credito Istruzionale, è gestita da privati che privilegiano le materie scientifiche ed economiche; l’università è organizzata come una fabbrica, anzi “una caserma dell’istruzione”; le materie letterarie sono in decadenza, il francese è quasi una “lingua morta” (perché scienziati, filosofi e commercianti attingono alle lingue straniere), latino e greco sono ormai “lingue sepolte”; i grandi autori classici sono negletti e dimenticati, e se ristampati le loro opere rifatte e adattate ai nuovi gusti; l’Institut de France non accetta più letterati; se si scrivono poesie devono avere per soggetto la scienza e le sue meraviglie; sopravvive solo il teatro, ma tutto prodotto dal Grande Emporio Drammatico, che sforna commedie scritte quasi in una catena di montaggio. Tutto ciò ricorda qualcosa?

Anche qui il giovane Verne aveva visto lontano e la sua critica ai nostri occhi risulta efficacissima. E’ un’epoca in cui “la famiglia tende a disgregarsi, in cui l’interesse individuale spinge ciascuno dei suoi membri in una direzione diversa, in cui il bisogno di arricchirsi ad ogni costo uccide i sentimenti del cuore, il matrimonio sembra un’eroica inutilità”, e quindi si cerca di avere il minor numero di figli possibile. Lo scrittore vedeva ben lontano, ma andava troppo avanti per i suoi tempi…
Insomma, “questo mondo”, come dice Jacques che avrebbe voluto fare il militare di carriera ed invece è impiegato della Compagnia Generale delle Miniere in Mare, “non è altro che un mercato, un’immensa fiera”, dove, afferma a sua volta Quinsonnas, musicista in segreto ma ufficialmente capo contabile, “il primo dovere dell’uomo è guadagnar denaro”. Insieme ad essi Michel, 16 anni, vincitore di un inutile premio di poesia, costretto anch’egli a trovar lavoro prima in banca poi a scrivere commedie nell’apposito ufficio adibito alla bisogna per guadagnarsi da vivere. L’esito è disastroso.
La flebile trama di Paris au XX siècle è questa: attraverso le peripezie di Michel descrivere l’incubo di un futuro mercantile, scientificizzato, nelle mani di finanzieri e banchieri, privo della luce che solo la cultura umanistica può dare, non certo quella commercializzata e superbanalizzata. Romanzo iper-pessimistico in cui il ragazzo, perso il lavoro, privo di denaro, vaga in una città sepolta dalla neve del più duro inverno di quell’epoca (sono le pagine migliori del libro) alla ricerca di suo zio, del suo antico professore e della nipote quindicenne di cui si è ovviamente innamorato. Non riesce a trovare nessuno e nell’ultima riga de libro “cade privo di sensi sulla neve” dopo essersi aggirato fra le tombe monumentali dei grandi scrittori dimenticati nell’immenso cimitero del “Père Lachaise”. Fine. Pessimismo allo stato puro, come si vede.

Oltrepassata da una cinquantina d’anni la data indicata dallo scrittore nella sua eccentrica storia avveniristica (eccentrica rispetto alla produzione nota e abituale) noi che possiamo dire? La risposta sembra, a questo punto, evidente: in Paris au XX siècle Verne è riuscito a ben individuare quali sarebbero stati i lati negativi, gli errori del “mondo moderno”: il progresso vertiginoso non avrebbe portato soltanto benefici materiali, ma anche effetti negativi nell’umanità che non avrebbero del tutto ripagato il benessere fisico. E’ una critica, anche abbastanza esplicita, a quella che oggi viene definita l’ “americanizzazione del mondo”, non tanto in termini di super-tecnologia alla portata di tutti, quanto di come essa ha profondamente modificato il nostro modo di vivere e di essere, quindi la nostra mentalità: ricerca disperata della prosperity ad ogni costo, efficientismo, velocità, spasmodico arrivismo, commercializzazione di tutto (compresa l’istruzione e la cultura), ogni cosa ridotta a merce, declassamento dell’umanesimo, trionfo dello scientismo, dittatura delle banche e della finanza.

Non è che il giovane Jules avesse in fondo tutti i torti, anche perché queste sue critiche furono praticamente le stesse, approfondite in vario modo, da tutta quella che, quasi un secolo dopo, negli anni Trenta del Novecento venne chiamata la “letteratura della crisi” e che coinvolse pensatori di ogni tendenza ideologica e filosofica. Quello di Verne era un mettere in guardia i contemporanei nei confronti di un futuro negativo che chiaramente non voleva si realizzasse. Il suo monito, peraltro sconosciuto sino al 1994, ha fallito, ma così ha scritto una vera, piccola antiutopia: società che paventava e che noi viviamo in pieno. O quasi.

GIANFRANCO de TURRIS

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