Il senso profondo de “La Guerra dei Mondi”

alieni marziani pulp magazines Società Fabiana

Quando nel 1898 – centoventi anni fa – uscì La Guerra dei Mondi, Herbert George Wells era già uno scrittore affermato: dal 1891 pubblicava articoli e saggi su argomenti pedagogici, dal 1893 durante una convalescenza iniziò anche a scrivere critica e narrativa, nel 1895 apparve la sua raccolta di racconti fantascientifici e fantastici Il bacillo rubato e i romanzi La macchina del tempo e La visita meravigliosa, cui seguirono L’isola del dottor Moreau (1896) e L’uomo invisibile (1897). Con queste opere, e con il successivo I primi uomini sulla Luna (1901), Wells poneva le coordinate dei temi-base della moderna fantascienza, a mio parere assai più di Jules Verne: il viaggio nel tempo con una macchina e non più a causa di un lungo sonno; l’intrusione di un alieno (nel nostro caso un angelo) che sconvolge la vita della società borghese; ibridi uomo-animale creati dalla follia di uno scienziato e non dagli dèi; l’invisibilità opera della scienza e non conferita da un anello magico; extraterrestri che scendono sulla Terra non per visitarla ma per conquistarla; il viaggio Terra-Luna grazie alla creazione di una sostanza antigravità e la scoperta di una civiltà lunare simile a quella delle formiche. Tutti temi che sarebbero stati ripresi e sviluppati dagli scrittori popolari – non solo di lingua inglese – a partire dagli anni Venti, quando nacque la science fiction sulle riviste americane “di genere”, i cosiddetti pulp magazines.

 

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Come si vede Wells aveva le idee ben chiare su quel che voleva descrivere. La sua formazione culturale era scientifica: alla Scuola Normale di Scienze di South Kensington aveva studiato per tre anni fisica, chimica, geologia, astronomia e biologia, quest’ultima con il professor Thomas Huxley, e nel 1890 si era laureato in zoologia all’Università di Londra; la formazione ideale era socialista non marxista, tanto è vero che nel 1903 aderì alla Società Fabiana, contraria all’economicismo assoluto e al materialismo ideologico; caratterialmente infine non era quel che si dice un ottimista. Con questi punti di riferimento si capisce perché scrisse quel che scrisse soprattutto all’inizio della sua carriera (altra cosa sono i suoi testi più tardi, a partire dagli anni Venti).
La guerra dei mondi racconta come ben si sa dell’invasione dei marziani dal punto di vista del protagonista, e soltanto con il senno di poi si può impropriamente affermare (come qualcuno ha improvvidamente fatto)che negli abitanti del pianeta rosso Wells adombrava i tedeschi del Kaiser, cosa che si può invece chiaramente dire per il suo successivo romanzo catastrofico terrestre, La guerra dell’aria (1908). I marziani invece simboleggiano l’evoluzione negativa dell’umanità: essi, avendo sviluppato solo una attività intellettuale, sono ridotti ad una enorme testa e ad un corpo rachitico, quasi delle semplici appendici, cui fanno da supporto i Tripodi, le macchine tentacolari che essi governano dall’interno. In una pagina del romanzo in cui vengono descritti gli alieni Wells si diverte a fare una autocitazione ricordando “un autore di reputazione semiscientifica” che aveva pubblicato nel 1893 l’articolo The Man of the Year Million in cui veniva descritto proprio in questo modo l’uomo del futuro.

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La distruzione del mondo da parte dei marziani può essere così vista come una autodistruzione: se l’uomo si limiterà a coltivare soltanto il cervello, soltanto logica e raziocinio, al punto da dover costruire macchine colossali per poter supplire alle proprie carenze fisiche, sbaglia, commette un errore irreparabile, perché avrà permesso che si atrofizzassero, che si estinguessero tutte le sue altre qualità, compresi i sentimenti. Marte, la sua civiltà in decadenza e allo stremo (idee fornite a Wells dal nostro Schiaparelli ed i suoi “canali”, e dall’astronomo americano Lowell che da ciò ne dedusse l’esistenza di una civiltà), è insomma l’immagine della Terra fra un milione di anni.

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Altro lato interessante del romanzo è che esso descrive una contemporaneità: Wells ha posto l’invasione non nel passato o nel futuro rispetto al 1898, ma nel presente suo e dei suoi lettori. Sicché la distruzione di una interà civiltà che non riesce a difendersi nonostante i mezzi a disposizione appare come una critica all’arroganza tecnologica della civiltà stessa ed alla società che su di essa si sosteneva senza poggiare invece su valori forti: infatti basta poco a farla collassare e decadere ai livelli primordiali. Basandosi solo sul materialismo, essa crolla immediatamente. Ridotti alla pura bestialità, gli esseri umani sono considerati appunto bestie dai marziani: in genere, infatti, pochi ricordano le conseguenze della sconfitta dei terrestri: essi vengono considerati dai vincitori come loro cibo (altra idea poi ripresa e sviluppata dalla fantascienza moderna). L’invasione del pianeta, dunque, non era solo una volontà di potenza, un desiderio di conquista, ma una necessità di sopravvivenza per i marziani. Che saranno sconfitti, com’è noto, non dalle armi ma dalla Natura, da quei microbi che nell’atmosfera rarefatta di Marte non esistono.

Insomma, al di là dell’efficace romanzo ad effetto, della novità dell’idea di fondo, quello di Wells è anche un romanzo per così dire swiftiano, la critica sottile ad una società – la sua – dagli orizzonti puramente economicisti e che teorizzava ormai soltanto un progresso illimitato e felice su base materiale. Tutto, egli dice, può invece crollare da un momento all’altro per un evento imprevisto, farci perdere ogni cosa e precipitarci nella barbarie annientando i legami che ci uniscono e le caratteristiche che ci fanno “esseri umani” se non siamo sostenuti interiormente da altri e più perenni valori.

GIANFRANCO de TURRIS

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