Prefazione all’antologia “Ma gli androidi mangiano spaghetti elettrici?”

Cover_FiuggiSiamo ossessionati dal cibo, e ne abbiamo tutte le ragioni: basti pensare al fatto che il semplice atto di mangiare una mela ci ha privati per sempre delle delizie del Giardino dell’Eden. L’intero percorso della nostra civiltà è stato scandito dalle preoccupazioni legate all’esigenza di nutrirsi. Quando abbiamo scoperto che la coltivazione garantiva maggiore sicurezza e stabilità rispetto alle attività di caccia e raccolta, abbiamo iniziato a costruire città, nazioni e imperi. Tuttavia, questa concentrazione di popolazione nei grandi centri urbani ha esposto la nostra specie alla vulnerabilità delle carestie. Enormi città-stato dell’antichità sono state spopolate, secondo gli archeologi, da terribili carestie che costrinsero la popolazione a disperdersi per avere accesso ad altre fonti di cibo. Grandi rivolte sociali in un passato più recente sono state prodotte dalla fame, da quelle che sconvolsero buona parte dell’Europa nel XIV secolo alle frequenti sollevazioni del popolo di Parigi durante la Rivoluzione francese, causate dall’aumento del costo del pane.

Nel XX secolo lo “spettro della fame” assunse connotazioni da incubo, nel momento in cui andò a legarsi a quella spettacolare crescita della popolazione mondiale che ha accompagnato tutto il “secolo breve”, nonostante le spaventose carneficine delle due guerre mondiali ed ecatombi di entità uguali se non superiori in termini di vittime prodotte proprio da politiche alimentari sbagliate, in Unione sovietica tra gli anni Trenta e Quaranta e in Cina nel 1960 durante il “Grande balzo in avanti”.

Un libro, in particolare, fece tremare i polsi quando uscì per la prima volta nel 1968: era The Population Boom di Paul R. Ehrlich, all’epoca professore di biologia alla Stanford University. In esso, riprendendo e aggiornando le tesi di Thomas Malthus, Ehrlich dimostrava come la crescita della popolazione avrebbe condotto, a partire dagli anni Settanta, a spaventose carestie di massa, che avrebbero ucciso centinaia di milioni di persone.

cibo3Quegli scenari da incubi influenzarono profondamente la cultura occidentale e furono ripresi nel 1972 dal celebre besteller I limiti dello sviluppo, realizzato da un gruppo di ricerca del MIT di Boston su commissione dell’influente Club di Roma, un think-tank che riunisce personalità politiche e scientifiche di primo piano con lo scopo di far aprire gli occhi ai politici sulle sfide del futuro.

La fantascienza fu enormemente influenzata dalle paure della sovrappopolazione e dalle possibili, conseguenti carestie su scala mondiale. Lo testimoniano romanzi come Largo! Largo! di Harry Harrison (1963) e Tutti a Zanzibar di John Brunner (1968), uscito lo stesso anno di The Population Boom, ma anche film come 2022: i sopravvissuti (tratto dal romanzo di Harrison) del 1973, che produsse una grande impressione sul pubblico americano per lo scenario distopico presentato, in cui il problema della fame è risolto “riciclando” i cadaveri degli esseri umani. Questi scenari erano stati anticipati da più di un autore di fantascienza, tra cui in particolare Isaac Asimov, che del problema della sovrappopolazione aveva fatto la cifra del suo impegno come saggista, riflettendolo anche nella produzione letteraria: Abissi d’acciaio (1951) presenta una Terra sovraffollata dove la produzione alimentare consiste esclusivamente di lieviti artificiali.

Tuttavia, quegli scenari oggi sono ancora – fortunatamente – fantascienza. Le tesi di Ehrlich non si sono avverate grazie allo sviluppo scientifico e tecnologico che, tra gli anni Cinquanta e Settanta, ha applicato all’agricoltura mondiale i benefici della Rivoluzione Verde introdotta dall’americano Norman Borlaug. Oggi, in un mondo di sette miliardi di abitanti (si consideri che, negli anni Settanta, la popolazione mondiale era la metà), la produzione alimentare è ancora ben superiore al fabbisogno globale. Le carestie malthusiane non sono avvenute e solo le diseguaglianze distributive sono all’origine della malnutrizione che affligge alcune aree dei cosiddetti paesi in via di sviluppo.

cibo4Eppure, scorrendo i racconti che compongono quest’antologia, il lettore si accorgerà che la maggior parte degli scenari immaginati dai loro autori per il nostro futuro – prossimo o remoto – sono estremamente foschi. Ritornano molte delle immagini che hanno riempito la fantascienza del recente passato, come quelle che immaginano l’umanità costretta a cibarsi esclusivamente di inquietanti composti che assomigliano molto al famoso “Soylent Green”, o a rimpiangere il gusto ormai scomparso del cibo vero, come quello di una bistecca o di una mela. Visioni che naturalmente sono aggiornate ai trend del XXI secolo. La nostra società è più ossessionata dal cibo oggi, in un’epoca di abbondanza alimentare globale (testimoniata, in Occidente, da tassi altissimi di obesità), di quanto non fosse nell’epoca delle carestie. Anoressia e bulimia sono agli estremi dello spettro dei disturbi del comportamento alimentare – categoria entrata a pieno titolo nella vasta casistica delle malattie mentali – ma senza dubbio ciò che caratterizza i tempi in cui viviamo è l’ortoressia, termine che designa quell’attenzione estrema, quasi patologica, che ormai ci accomuna nella scelta dei prodotti alimentari che acquistiamo. Alcuni dei racconti di quest’antologia portano all’estremo questo trend, immaginando società che sanzionano pesantemente coloro che decidono di nutrirsi di alimenti non sani.

cibo5Il “boom” a cui stiamo assistendo in questi anni in termini di conversioni alla dieta vegetariana, vegana, persino fruttariana (quest’ultima particolarmente pericolosa per la salute umana), la crescita di intolleranze alimentari di probabile origine psicotica, l’attenzione spasmodica a epidemie che ci costringono, quasi periodicamente, a privarci di alcuni alimenti – la carne bovina, quella avicola, il pesce, le uova – è la spia del rapporto piuttosto difficile tra la società occidentale contemporanea e il cibo. D’altro canto, lo “spettro della fame” incombe sul nostro futuro oggi come negli anni Sessanta. La Rivoluzione Verde, che attraverso la diffusione dell’agricoltura chimica, dei pesticidi e dei fertilizzanti ha permesso alla produzione alimentare di sostenere la crescita esponenziale della popolazione, potrebbe non essere in grado di sostenere un mondo da 10 miliardi di abitanti, come quello in cui vivremo in un periodo compreso – a seconda delle previsioni – tra la metà e la fine di questo secolo.

La preoccupazione maggiore è legata al consumo di carne (un tema non a caso ricorrente nei racconti di quest’antologia). Il problema non è infatti solo l’aumento della popolazione, ma la crescita di quella classe media mondiale che, a differenza delle fasce più povere, gode di una dieta più ricca di proteine. La crescita recente di questa categoria sociale in paesi sovrappopolati come la Cina e l’India ha spinto verso l’alto il consumo di carne su scala mondiale, con conseguenze drammatiche: tra queste, l’aumento delle emissioni di metano da parte degli allevamenti, che vanno a peggiorare il quadro già fosco dell’effetto serra; la riduzione delle aree boschive a vantaggio di allevamenti più estesi; il fenomeno del land grabbing, che vede l’acquisto di enormi appezzamenti di terreno in tutto il mondo – ma in particolare in Africa – da parte di paesi stranieri come la Cina o grandi multinazionali, per destinarle a futuri allevamenti.

Potrebbe sembrare una notizia ottimistica quella che ha visto per la prima volta, nel 2013, il consumo di pesce superare quello di carne a livello mondiale. E tuttavia, se guardiamo al calo vistoso delle riserve ittiche soprattutto nel nostro Mar Mediterraneo e nel Mar del Nord, c’è da preoccuparsi. L’aumento dell’acquacoltura, analogamente, non è un elemento positivo come ci si potrebbe immaginare. Per alimentare alcuni tipi di pesce nelle riserve ittiche, come salmoni e gamberi, sono necessarie enormi quantità di pesci di piccola taglia, come aringhe, sardine e acciughe, le cui riserve naturali sono ormai ai limiti. L’acquacoltura, poi, ha un impatto ambientale non indifferente: basti pensare che l’esigenza di mangrovie, che costituiscono l’habitat ideale di molti pesci d’allevamento, ha già portato alla scomparsa di quasi due terzi delle mangrovie dell’Indonesia, mettendone a rischio le coste, dato che le mangrovie proteggono le linee costiere durante le tempeste.

cibo6Sul fronte dell’agricoltura, buona parte della comunità scientifica sostiene che ci troviamo alle porte di una nuova rivoluzione, portata questa volta dall’ingegneria genetica attraverso lo sviluppo degli OGM. La resistenza ad agenti patogeni, la maggiore produttività e tutta un’ampia serie di caratteristiche in grado di aumentare le rese agricole grazie alla genetica, potrebbero mettere in soffitta le innovazioni dell’agricoltura chimica. Tuttavia, le resistenze dell’opinione pubblica sugli OGM hanno fortemente limitato la portata di questa “rivoluzione”. Sulla questione, gli scrittori di fantascienza si dividono, e lo fanno anche in quest’antologia. Per sua natura portata all’ottimismo tecnologico, la fantascienza contemporanea nutre oggi una maggiore attenzione alle conseguenze sociali dell’innovazione; attenzione che ha portato per esempio l’americano Paolo Bacigalupi a prendere duramente posizione contro gli OGM nel suo bestseller La ragazza meccanica (2009).

Che sia o meno colpa degli OGM, è cosa nota che l’attuale tendenza dell’agricoltura stia portando a una pericolosa perdita della diversità genetica. Una delle principali sfide del futuro sarà quella di impedire un’estinzione di massa di specie vegetali, dal momento che la riduzione della diversità espone il nostro pianeta a possibili carestie di massa (patogeni che colpiscono una particolare varietà non preoccupano molto se le varietà sono numerose, ma possono innescare catastrofi se la diversità è compromessa: è lo scenario presentato nel recente film Interstellar, dove il granturco si è praticamente estinto). cibo2Sembrano davvero uscire da romanzi e film di fantascienza gli ambiziosi progetti di creare riserve genetiche per le nostre piante, come il National Center for Genetic Resources Preservation di Fort Collins, in Colorado, o lo Svalbard Global Seed Vault nell’Artico norvegese, una struttura in grado di resistere ad alluvioni, tifoni e terremoti fino al 4°-5° Richter (in un’area a basso rischio sismico). Lì, all’interno di giganteschi frigoriferi, sono conservati i semi di migliaia di varietà, da cui potremo far rinascere la diversità genetica qualora fosse necessario.

Insomma, è difficile dire come ne usciremo. Studi eminenti suggeriscono soluzioni estreme, da diete esclusivamente vegetariane (è la proposta, tra gli altri, dell’ambientalista Jeremy Rifkin) a menu a base di insetti (è lo scenario presentato in un recente studio della FAO, che dal 2011 ha avviato una serie di iniziative per promuovere l’entomofagia). I teorici della decrescita vorrebbero conformare il consumo alimentare mondiale a uno standard più equo, in grado di sfamare tutti: in questo modo potremmo sconfiggere l’obesità, ma va da sé che dovremmo dire addio a parecchie leccornie che fanno parte della nostra assai iniqua dieta, a partire dai panini MacDonald’s. Se invece non possiamo proprio farne a meno, consolerà sapere che gli studi sulla carne sintetica vanno avanti, anche se per il momento i loro prodotti non sono alla portata di tutte le tasche (un hamburger costa sui 250mila euro)#.

maccaroneiometemagnoQuale che sia la via di uscita, è probabile che ci costringerà a sacrificare qualcosa. La Rivoluzione Verde, con la conseguente diffusione dei pesticidi, ha già reso più silenziose le nostre primavere, come già nel 1962 si era accorta Rachel Carson, ed è probabilmente la responsabile della moria mondiale di api. I racconti di quest’antologia ci raccontano, in buona parte, di futuri di privazioni, ma, come ogni buona storia di fantascienza dovrebbe fare, non si limitano a intrattenerci, ma ad anticipare i futuri possibili. La grande domanda a cui dobbiamo trovare presto una risposta è fino a che punto siamo disposti a spingerci, e fino a quanto siamo disposti a sacrificare, prima di iniziare a cambiare la rotta dello sviluppo insostenibile.

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ROBERTO PAURA

Italian Institute for the Future