Impatti in acque profonde

Se un asteroide dovesse colpire la Terra, avrebbe due probabilità contro una di cadere in acque profonde. Fino ad oggi era stato studiato esclusivamente l’effetto tsunami provocato da un simile splash-down, senza tener conto dei possibili effetti a medio termine sul clima. La dott. Elisabetta Pierazzo, senior scientist al Planetary Science Institute di Tucson, ha contribuito a colmare questo vuoto con un suo recente studio dai risultati preocupanti. Pierazzo ha lanciato al computer due differenti simulazioni, l’una per l’impatto con un asteroide dal diametro medio pari a 500 metri, l’altra con un corpo grande il doppio, che chiameremo sim500 e sim1000. Gli altri parametri più importanti, riferiti al luogo e all’epoca dell’impatto, avevano gli stessi valori in ambedue le simulazioni:

  • la profondità del fondale (superiore ai 4 km)

  • la latitudine (+30°), che influenza lo schema della circolazione atmosferica

  • il periodo dell’anno (Gennaio), che determina l’intensità dello strato di ozono nell’atmosfera

Le due simulazioni rivelavano un fenomeno inatteso: oltre all’onda dello tsunami, si innalzava dal punto d’impatto una colonna di vapore d’acqua di mare che arrivava fino agli strati più esterni dell’atmosfera e da lì si espandeva fino a ricoprire tutto l’emisfero settentrionale in sim500, e il mondo intero in sim1000. La presenza di acqua salmastra a grandi altezze innescava una catena di reazioni chimiche che portava alla distruzione dell’ozono, indispensabile per contenere e filtrare il flusso dei raggi ultravioletti provenienti dal Sole. Un fenomeno analogo al famoso “buco nella fascia dell’ozono”, che interessò l’Antartide negli anni 90.

Ma considerato estremo un valore 11 dell’indice dei raggi ultravioletti (UVI) alle nostre latitudini, e 18 il valore limite in tutto il pianeta, allora le simulazioni della dottoressa Pierazzo indicavano una situazione ben più grave. Infatti in sim500 l’UVI arrivava a valori superiori a 20 per parecchi mesi nella fascia subtropicale dell’intero emisfero settentrionale, mentre in sim1000 l’area colpita era compresa tra latitudine +50° e -50°, entro la quale esitevano zone dove l’UVI arrivava a toccare un valore di 56 e l’effetto perdurava per almeno 2 anni.

Gli effetti a lungo termine di una tale irradiazione di ultravioletti consisterebbero in cambiamenti nella crescita delle piante, nel manifestarsi di cataratte e di estesi eritemi solari, e in modifiche del DNA negli Uomini e in altre specie.

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